giovedì 21 ottobre 2010

ASSIOMI DELLA COMUNICAZIONE


assiomi della comunicazione umana
1. L’impossibilità di non comunicare
Il primo assioma sancisce l'impossibilità di non comunicare: qualsiasi
comportamento, in situazione di interazione tra persone, è ipso facto una forma
di comunicazione. Di conseguenza, quale che sia l'atteggiamento assunto da un
qualsivoglia individuo (poiché non esiste un non-comportamento), questo
diventa immediatamente portatore di significato per gli altri: ha dunque valore
di messaggio. Anche i silenzi, l’indifferenza, la passività e l’inattività sono
forme di comunicazione al pari delle altre, poiché portano con sé un significato
e soprattutto un messaggio al quale gli altri partecipanti all’interazione non
possono non rispondere. Ad esempio, non è difficile che due estranei che si
trovino per caso dentro lo stesso ascensore si ignorino totalmente e,
apparentemente, non comunichino; in realtà tale indifferenza reciproca
costituisce uno scambio di comunicazione nella stessa misura in cui può lo è
un’animata discussione. Non è necessario, inoltre, che all’interno di
un’interazione tra persone si verifichi la comprensione reciproca perché
possiamo definire comunicazione i loro comportamenti reciproci; riguardo a
questo aspetto si può parlare di comunicazione intenzionale o non-intenzionale,
consapevole o inconsapevole, efficace o inefficace; si tratta di un altro ordine
d’analisi, che approfondiremo affrontando le varie forme della comunicazione
patologica. Ogni assioma può venire distorto dalla presenza di disturbi della
comunicazione e portare allo sviluppo di patologie strettamente correlate allo
specifico principio. Per quanto riguarda l’impossibilità di non–comunicare,
riteniamo che sia interessante esporre ciò che è stato definito “il dilemma dello
schizofrenico”. Lo schizofrenico, almeno apparentemente, cerca di non
comunicare attraverso tutta una serie di messaggi come il silenzio, le assurdità,
l’immobilità, il ritrarsi; ma, poiché tutti questi comportamenti costituiscono
comunque atti comunicativi, egli è preso in pieno in una situazione paradossale
nella quale cerca di negare di stare comunicando e al tempo stesso di negare
che il suo diniego sia comunicazione. Parlando in termini più generali, si
verifica la distorsione del primo assioma tutte le volte che qualcuno cerca di
evitare l’impegno inerente ad ogni comunicazione attraverso tentativi di noncomunicare
(ad es. il rifiuto o la squalificazione della comunicazione), finendo
per generare un’interazione paradossale, assurda o “folle”. In questa
prospettiva, un comportamento etichettato come patologico può essere
considerato come l’unica reazione possibile ad un contesto di comunicazione
assurdo e insostenibile. Il sintomo (che sia nevrotico o psicotico) assume
perciò il valore di messaggio non verbale; anche un sintomo è dunque
comunicazione.
2. I livelli comunicativi di contenuto e relazione
Ogni comunicazione comporta di fatto un aspetto di metacomunicazione che
determina la relazione tra i comunicanti. Ad esempio, un individuo che
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proferisce un ordine esprime, oltre al contenuto (la volontà che l'ascoltatore
compia una determinata azione), anche la relazione che intercorre tra chi
comunica e chi è oggetto della comunicazione, nel caso particolare quella di
superiore/subordinato. Bateson definisce due aspetti caratteristici di ogni
comunicazione umana: uno di notizia e uno di comando; in sostanza si parla di
un aspetto di contenuto del messaggio e di un aspetto di relazione dello stesso.
In altre parole, ogni comunicazione, oltre a trasmettere informazione, implica
un impegno tra i comunicanti e definisce la natura della loro relazione. Il
ricevente accoglie un messaggio che possiamo considerare oggettivo per
quanto riguarda l’informazione trasmessa, ma che contiene anche un aspetto
metacomunicativo che definisce un modello che rientra in un’ampia gamma di
possibili relazioni differenti tra i due comunicanti. Pare che gli scambi
comunicativi “patologici” siano caratterizzati da una lotta costante per definire
i rispettivi ruoli e la natura della relazione, mentre l’informazione trasmessa dai
comunicanti passi nettamente in secondo piano (anche se questi ultimi sono
inconsapevoli di ciò). L’aspetto di relazione di una comunicazione è definito
dai termini in cui si presenta la comunicazione stessa, dal non-verbale che ad
essa si accompagna e dal contesto in cui questa si svolge. In un contesto
comunicativo patologico si può avere spesso a che fare con episodi di
confusione tra contenuto e relazione; questo accade quando, ad esempio, tra i
comunicanti c’è un oggettivo accordo a livello di contenuto, ma non a livello di
definizione della relazione, che porta ad una pseudo-mancanza di accordo in
cui i partecipanti cercano, inutilmente peraltro, di accordarsi sul contenuto dei
messaggi scambiati, ignorando che il disaccordo si situa in realtà su un piano di
metacomunicazione. Perché l’aspetto di relazione della comunicazione umana
è così importante? Perché, con la definizione della relazione tra i due
comunicanti, questi definiscono implicitamente sé stessi. Una delle funzioni
della comunicazione consiste nel fornire ai comunicanti una conferma o un
rifiuto del proprio Sé; attraverso la metacomunicazione si sviluppa dunque la
consapevolezza del Sé, la coscienza degli individui coinvolti nell’interazione.
E’ essenziale che ognuno dei comunicanti sia consapevole del punto di vista
dell’altro e del fatto che anche quest’ultimo possieda questa consapevolezza
(concetto di percezione interpersonale); la mancanza di coscienza della
percezione interpersonale è definita impenetrabilità da Lee. E’ stato osservato
che nelle famiglie con un membro schizofrenico si possono rilevare modelli
comunicativi caratterizzati da impenetrabilità e da disconferma del Sé, che
solitamente risultano devastanti per colui che si trova a ricevere messaggi che,
sul piano della relazione, trasmettono comunicazioni del tipo “tu non esisti”.
3. La punteggiatura della sequenza di eventi
La natura di una relazione dipende anche dalla punteggiatura delle sequenze di
scambi comunicativi tra i comunicanti. Questa tende a differenziare la
relazione tra gli individui coinvolti nell’interazione e a definire i loro rispettivi
ruoli: essi punteggeranno gli scambi in maniera che questi risultino organizzati
entro modelli di interazione più o meno convenzionali. La punteggiatura di una
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sequenza di eventi, in un certo senso, non è che una delle possibilità
d’interpretazione degli eventi stessi, per cui anche i ruoli dei comunicanti sono
definiti dalla propensione degli individui stessi ad accettare un certo sistema di
punteggiatura oppure un altro. Watzlawick fa l’esempio della cavia da
laboratorio che dice: “Ho addestrato bene il mio sperimentatore. Ogni volta che
io premo la leva lui mi dà da mangiare”; quest’ultimo non accetta la
punteggiatura che lo sperimentatore cerca di imporgli, secondo la quale è lo
sperimentatore stesso che ha addestrato la cavia e non il contrario. Il terzo
assioma decreta dunque la connessione tra la punteggiatura della sequenza
degli scambi che articolano una comunicazione e la relazione che intercorre tra
i comunicanti: il modo di interpretare la punteggiatura è funzione della
relazione tra i comunicanti. Infatti, poiché la comunicazione è un continuo
alternarsi di flussi comunicativi da una direzione all'altra e le variazioni di
direzione del flusso comunicativo sono scandite dalla punteggiatura, il modo di
leggerla sarà determinato dal tipo di relazione che lega i comunicanti. Per
quanto riguarda le manifestazioni patologiche collegate alla distorsione di
questo concetto, i problemi insorgono quando si presentano delle discrepanze
relative alla punteggiatura (in sostanza delle visioni diverse della realtà),
determinate dal fatto che i comunicanti non possiedono lo stesso grado
d'informazione senza tuttavia saperlo o che, dalla stessa informazione,
traggano conclusioni diverse; in questi casi si creano una sorta di malintesi che
inevitabilmente portano a circoli viziosi che incidono pesantemente sulla
natura della relazione. L'unica maniera per risolvere questo tipo di situazione è
fare sì che i comunicanti riescano ad uscire da una visione univoca e radicata
della realtà e accettino la possibilità che l'altro possa interpretare quest'ultima
in maniera differente; in una parola, è necessario che i comunicanti riescano a
metacomunicare. In tale contesto possiamo collocare il concetto di profezia che
si autodetermina, che nella comunicazione ha il suo equivalente nel dare la
cosa per scontata; stiamo parlando del caso in cui un individuo assume un
comportamento che provoca negli altri una reazione alla quale quel certo
comportamento sarebbe la risposta adeguata: l’individuo in questione, dunque,
crede di reagire ad un atteggiamento che in realtà è stato da lui stesso
provocato.
4. Comunicazione numerica e analogica
Il quarto assioma attribuisce agli esseri umani la capacit di comunicare sia
tramite un modulo comunicativo digitale (o numerico) sia con un modulo
analogico. In altre parole se, come ricordiamo, ogni comunicazione ha un
aspetto di contenuto e uno di relazione, il primo sarà trasmesso essenzialmente
con un modulo digitale e il secondo attraverso un modulo analogico. Quando
gli esseri umani comunicano per immagini la comunicazione è analogica;
questa comprende tutta la comunicazione non-verbale. Quando comunicano
usando le parole, la comunicazione segue il modulo digitale. Questo perchè le
parole sono segni arbitrari e privi di una correlazione con la cosa che
rappresentano, ma permettono una manipolazione secondo le regole della

sintassi logica che li organizza. Nella comunicazione analogica questa
correlazione invece esiste: in ciò che si usa per rappresentare la cosa in
questione è presente qualcos'altro di simile alla cosa stessa. La comunicazione
numerica possiede un grado di astrazione, di versatilità, nonché di complessità
e sintassi logica enormemente superiore rispetto alla comunicazione analogica,
ma anche dei grossi limiti per quanto riguarda la trasmissione dei messaggi
sulla relazione tra i comunicanti; al contrario, mentre la comunicazione
analogica risulta molto più ricca e significativa quando la relazione è il
problema centrale della comunicazione in corso, al tempo stesso può risultare
ambigua a causa della mancanza di sintassi, di indicatori logici e spaziotemporali.
I problemi possono insorgere quando si verifica una traduzione del
materiale analogico in materiale digitale, ovvero un'acquisizione della valenza
relazionale contenuta nella comunicazione (messaggio)dell'altro. La principale
difficoltà, come abbiamo già accennato, consiste nella natura ambigua del
modulo analogico di trasmissione dell'informazione dovuta all'impossibilità di
rappresentare le principali funzioni di verità logiche (negazione e
congiunzione); ciò può dare luogo a innumerevoli conflitti di relazione dovuti
all'errata interpretazione digitale del messaggio analogico. Osservando il
comportamento degli animali apprendiamo che essi risolvono il problema della
corretta interpretazione dei messaggi analogici tramite rituali che recano con sù
una valenza simbolica. Nelle patologie di natura isterica si verifica
probabilmente il processo opposto a quello descritto precedentemente:
un'errata traduzione del messaggio dal modulo digitale a quello analogico
provoca i sintomi di conversione, che hanno un'innegabile valenza simbolica,
in un contesto in cui non era più possibile comunicare con il modulo digitale.
5. L’interazione complementare e simmetrica
Quest’ultimo assioma si riferisce ad una classificazione della natura delle
relazioni che le suddivide in relazioni basate sull’uguaglianza oppure sulla
differenza. Nel primo caso si parla di relazioni simmetriche, in cui entrambi i
partecipanti tendono a rispecchiare il comportamento dell’altro (ad es. nel caso
della diade dirigente-dipendente), nel secondo si parla di relazioni
complementari, in cui il comportamento di uno dei comunicanti completa
quello dell’altro (ad es. tra due dipendenti o tra due dirigenti). Nella relazione
complementare uno dei due comunicanti assume la posizione one-up
(superiore) e l’altro quella one-down (inferiore); i diversi comportamenti dei
partecipanti si richiamano e si rinforzano a vicenda, dando vita ad una
relazione di interdipendenza in cui i rispettivi ruoli one-up e one-down sono
stati accettati da entrambi (ad es. le relazioni madre-figlio, medico-paziente,
istruttore-allievo, insegnante-studente). Va da sé, comunque, che”i modelli di
relazione simmetrica e complementare si possono stabilizzare a vicenda” e che
“i cambiamenti da un modello all’altro sono importanti meccanismi
omeostatici”. E’ fondamentale, per andare avanti, avere chiaro il concetto che
le relazioni simmetriche e quelle complementari non devono assolutamente
essere equiparate a “buona” e “cattiva”, né le posizioni one-up e one-down
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vanno accostate ad epiteti quali “forte” e “debole”; si tratta solo di una
suddivisione che ci permette di classificare ogni interazione comunicativa in
uno dei due gruppi. In ogni relazione simmetrica è presente un rischio
potenziale legato allo sviluppo della competitività; accade così che, quando in
un’interazione di tipo simmetrico si perda la stabilità o sopraggiunga una
situazione di disputa o litigio, si possa verificare un’escalation simmetrica da
cui ci si può aspettare l’instaurarsi di uno stato di guerra più o meno aperto (o
scisma) e un rifiuto reciproco del Sé dell’altro da parte dei due partecipanti.
Tipico in questo caso è il conflitto coniugale che s’instaura con la persecuzione
di un modello di frustrazione da parte dei due coniugi. I problemi legati alle
relazioni complementari si hanno, ad esempio, quando uno dei comunicanti
chiede la conferma di una definizione del Sé per cui il partner si trova costretto
a cambiare la propria; ciò si rende necessario perché, all’interno di una
relazione complementare, una definizione del Sé si può mantenere solamente
se il partner assume un ruolo complementare. Uno dei rischi possibili è che a
una richiesta di conferma del Sé corrisponda una disconferma, che porta ad un
crescente senso di frustrazione e disperazione in uno o in entrambi i
partecipanti. A volte, inoltre, capita che certi individui sembrino molto ben
adattati al di fuori del contesto comunicativo con il partner e solo osservati
insieme al loro “complementare” mostrino la patologia della loro relazione con
esso. A questo proposito è perfettamente calzante la teorizzazione della “folie à
deux” ad opera di due psichiatri francesi, Lasègue e Falret, pubblicata nel
1877.

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