sabato 28 maggio 2011

IL MITO DELL'AMORE


IL MITO DELL'AMORE si sviluppa nel sentimento e nella SEDUZIONE.

Un uomo, una donna, un amore…Da sempre un unico desiderio: rompere il proprio guscio narcisistico e consegnarsi a quella potenza sovrana che spinge ogni essere ad elevarsi a un grado di esistenza superiore. Amore, Cupido, Eros, Kāma, tanti nomi per indicare il principio animatore dell’universo, dio o daimon, fonte ontologica di progresso, ma anche di divisione e di morte.
Amore è un dio benevolo nella misura in cui il suo potere è in grado di
trasformare l’uomo, spingendolo a realizzarsi nel sentimento e nell’azione in uno scambio continuo con un altro essere. Ma Amore diviene un dio spietato quando il principio di coesione che dovrebbe sostenere il suo operato cede il posto al desiderio di prevaricazione, al bisogno di distruggere l’altrui valore.
Quante persone sono capaci di sentimenti differenziati? Quanti amanti sono davvero in grado di arricchirsi l’un l’altro in modo evoluto? Il sentimento differenziato, nella donna come nell’uomo, presuppone la capacità di percepire e accogliere l’unicità dell’altro, senza renderlo oggetto di “colonizzazione”.
La persona che cede al sottile ricatto di negare la propria individualità, “in nome del sentimento”, il più delle volte cela a se stessa la paura di dover rivedere la propria scelta affettiva, di dover fare i conti con una realtà d’amore che potrebbe rivelare il suo vero volto e soprattutto i suoi limiti. La perseveranza è lo stratagemma che l’uomo usa per mantenere intatto il principio cosciente, ma l’esperienza insegna, e il linguaggio simbolico suggerisce, che la persistenza in un atteggiamento superato crea situazioni impossibili. Spesso si abbracciano decisioni che, ingannandoci, sembrano preservarci dal rischio della perdita e della solitudine. Ma non c’è solitudine peggiore di quella che si viene a creare tra due persone che non si amano o non si amano più, come sembra sottolineare uno degli autori più interessanti del cinema asiatico, Kim Ki-duk, abilissimo creatore di metafore e sublime narratore dell’incomunicabilità: Siamo tutti case vuote e aspettiamo qualcuno che apra la porta e ci renda liberi. Un giorno il mio desiderio si avvera. Un uomo arriva come un fantasma e mi libera dalla mia prigionia. E io lo seguo, senza dubbi, senza riserve…Finchè incontro il mio nuovo destino.(Kim Ki-duk)


Interessante IL MITO DELL'AMORE che si esprime in GIULIETTA E ROMEO
Paride, un giovane nobile, ha chiesto al Capuleti di dargli in moglie la figlia poco meno che quattordicenne, Giulietta. Capuleti lo invita ad attirarne l'attenzione durante il ballo in maschera del giorno seguente, mentre la madre di Giulietta cerca di convincerla ad accettare le offerte di Paride. Questa scena introduce la nutrice di Giulietta, l'elemento comico del dramma. Il rampollo sedicenne dei Montecchi, Romeo, è innamorato di Rosalina, una Capuleti (personaggio che non compare mai). Mercuzio (amico di Romeo e congiunto del Principe) e Benvolio (cugino di Romeo) cercano invano di distogliere Romeo dalla sua malinconia, quindi decidono di andare mascherati alla casa dei Capuleti, per divertirsi e cercare di dimenticare. Romeo, che spera di vedere Rosalina al ballo, incontra invece Giulietta.


Romeo e Giulietta, dipinto di Ford Madox Brown
I due ragazzi si scambiano poche parole, ma sufficienti a farli innamorare l'uno dell'altra e a spingerli a baciarsi. Prima che il ballo finisca, la Balia rivela a Giulietta il nome di Romeo. Rischiando la vita, Romeo si trattiene nel giardino dei Capuleti dopo la fine della festa. Durante la famosa scena del balcone, i due ragazzi si dichiarano il loro amore e decidono di sposarsi in segreto. Il giorno seguente, con l'aiuto della Balia, il francescano Frate Lorenzo unisce in matrimonio Romeo e Giulietta, sperando che la loro unione possa portare pace tra le rispettive famiglie.
Le cose precipitano quando Tebaldo, cugino di Giulietta e di temperamento iracondo, incontra Romeo e cerca di provocarlo a un duello. Romeo rifiuta di combattere contro colui che è ormai anche suo cugino, ma Mercuzio (ignaro di ciò) raccoglie la sfida. Tentando di separarli, Romeo inavvertitamente permette a Tebaldo di ferire Mercuzio, che muore augurando "la peste a tutt'e due le vostre famiglie". Romeo, nell'ira, uccide Tebaldo. Il Principe condanna Romeo solo all'esilio (perché Mercuzio era suo congiunto e Romeo l'ha solo vendicato): dovrà lasciare la città prima dell'alba del giorno seguente. I due sposi riescono a passare insieme un'unica notte d'amore. All'alba, svegliati dal canto dell'allodola, messaggera del mattino (che vorrebbero fosse il canto notturno dell'usignolo), si separano e Romeo fugge a Mantova.
Giulietta dovrebbe però sposarsi tre giorni dopo con Paride. Frate Lorenzo, esperto in erbe medicamentose, dà a Giulietta una pozione che la porterà a una morte apparente per quarantadue ore. Nel frattempo il frate manda un messaggero a informare Romeo affinché egli la possa raggiungere al suo risveglio e fuggire da Mantova.


Romeo e Giulietta (Atto V, scena III), Incisione di P. Simon da un dipinto di J. Northcode
Sfortunatamente il messaggero del frate non riesce a raggiungere Romeo poiché Mantova è sotto quarantena per la peste, e Romeo viene a sapere da un suo amico della morte di Giulietta. Romeo disperato si procura un veleno (arsenico), torna a Verona in segreto e si inoltra nella cripta dei Capuleti, determinato ad unirsi a Giulietta nella morte.
Romeo, dopo aver ucciso in duello Paride, che era giunto anche lui nella cripta, e aver guardato teneramente Giulietta un'ultima volta, si avvelena pronunciando la famosa battuta "E così con un bacio io muoio" (Atto 5 scena III). Quando Giulietta si sveglia, trovando l'amante e Paride morti accanto a lei, si trafigge con il pugnale di Romeo.
Le donne che psicologicamente riflettono le caratteristiche delle dee vulnerabili, rischiano di diventare vittime, anche a causa di una carente “coscienza concentrata” che le induce a polarizzarsi sui bisogni altrui più che sui propri interessi ed obiettivi.
E’ il caso di Era, dea del matrimonio, famosa per i suoi scoppi d’ira diretti a Zeus, ma più frequentemente alle sue numerose “conquiste”, mossa dal bisogno infantile di tenersi stretto l’infedele marito, a qualunque costo. Era rappresenta la realizzazione attraverso il matrimonio e le donne dominate da questo archetipo si sentono sostanzialmente incomplete senza un compagno e senza il prestigio e l’onorabilità di un rapporto “ufficiale”. Lo stato di felicità delle donne-Era dipende dalla devozione del marito alla causa del matrimonio.
Olga nei suoi giorni dell’abbandono precipita nella più cupa disperazione, perché Mario, lasciandola, si è sottratto al suo ruolo di Zeus Teleios, di marito che le permette di realizzarsi.
Quello che le resta è il vuoto nero e profondo, all’interno del quale si perde totalmente, trascinandosi negli eccessi alcolici e trascurando il suo ruolo di madre.
Olga sembra accostarsi a Persefone, prigioniera degli Inferi, triste, incapace di sorridere o anche solo di cibarsi.

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