giovedì 19 maggio 2011

IMPARARE A COMUNICARE


IMPARARE A COMUNICARE è fondamentale in tutte le situazioni relazionali nella vita, nei sentimenti e nella SEDUZIONE.
La comunicazione è uno dei termini oggi più usati e, talvolta, abusati. In generale, essa indica quell’insieme di segni e di messaggi – verbali e non – che servono per trasferire ad altri informazioni, ma anche emozioni e sentimenti.
Comunicare, infatti, non significa semplicemente informare, ma anche e soprattutto "entrare in relazione" con soggetti esterni a noi.

La parola è un dono che solo l’uomo possiede, ma anche gli animali possono comunicare e possiamo affermare che, per ogni essere vivente, non comunicare è praticamente impossibile.


Per quanto riguarda la comunicazione umana, un classico saggio del professor Albert Mehrabian ha dimostrato che solo il 7% del significato viene veicolato dalle parole pronunciate, mentre il 38% di esso viene comunicato attraverso la tonalità in cui vengono espresse, e il restante 55% non ha nulla a che vedere con le parole, bensì con la fisiologia. Il silenzio, uno sguardo, la postura, le smorfie del volto o il modo di respirare, l’abbigliamento o il profumo usato sono aspetti che "parlano" per noi e manifestano il nostro modo d’essere, l’universo dei nostri stati d’animo, ancor più delle nostre parole.


Per comprendere e illustrare il concetto di comunicazione in quanto processo si può ricorrere a vari tipi di modelli formali di comunicazione.
Shannon e Weaver hanno fornito il modello elementare della trasmissione di un'informazione
fra due apparecchi, dove una fonte F di informazioni invia ad un destinatario D un
messaggio M, che viene trasformato da un trasmettitore T in un segnale S attraverso un
canale C. I segnali S giungono ad un ricevitore R che li ritrasforma in M prima di raggiungere
D.
F ----- M ----- T ----- S ----- C ----- S ----- R ----- M ----- D
La funzione del trasmettitore T è quella di codificare il messaggio M per convertirlo in
segnale S, mentre il ricevitore R decodificherà i segnali S per ritrasformarli in M. È quindi
implicita la presupposizione dell'esistenza di un codice comune al trasmettitore e al ricevitore
perché la comunicazione possa avvenire.
Questo modello è stato ideato dagli autori per dar conto degli elementi essenziali del
processo di comunicazione: così formulato esso identifica tali elementi nella comunicazione che avviene, per esempio, fra due apparecchiature elettriche, o meccaniche, ecc. Ma,
di per sé, non sarebbe incongruo applicarlo in altri ambiti, per esempio in una comunicazione umana interpersonale, in cui un soggetto F desidera comunicare ad un altro D un proprio pensiero M. Egli lo formulerà verbalmente (messa in codice: in questo caso, una
lingua naturale) e, mediante opportuni suoni vocali S emessi dall'apparecchio laringe T attraverso
l'aria C i suoni raggiungeranno l'apparecchio acustico R del destinatario D, che
decodificherà l'immagine acustica S del messaggio, ricevendo il pensiero M di F.
L'applicazione tout court di questo modello alla comunicazione umana comporterebbe
tuttavia alcune difficoltà, relative al processo di trasformazione del pensiero preverbale nel pensiero verbalizzato, del messaggio, cioè, nel segnale. Questo processo di codificazione
- come parallelamente quello di decodificazione dal segnale al messaggio ad opera del ricevente
- è certamente un punto centrale per ogni forma di comunicazione: ma di per sé
né il "trasmettitore" né il "ricevitore" di Shannon e Weaver sono concetti sufficientemente
adeguati per descrivere un tale processo, difficilmente afferrabile e comunque non semplificabile
nei termini proposti da questo modello.
Appare invece fondamentale la distinzione fra messaggio e segnale, distinzione che
riesprime assai efficacemente il rapporto fra piano del contenuto e piano dell'espressione,
fra significato e significante. Questa distinzione, con la sua duplice situazione a livello di
emittente e a livello di ricevente rende conto fra l'altro della non necessaria coincidenza fra
il messaggio codificato dall'emittente e il messaggio decodificato dal ricevente (fra pensiero espresso dal locutore e pensiero compreso dall'uditore), e quindi dei casi in cui la comunicazione non avviene, o avviene parzialmente, o in modo errato.
Un modello di comunicazione assai interessante per le sue possibilità di dar conto dei diversi impieghi della comunicazione stessa è quello proposto da Thomas A. Sebeok.
Il modello di Sebeok tende ad evidenziare come l'intera comunicazione, così come i
suoi elementi singoli, si svolga in un contesto dato, che racchiude quindi tutte le possibilità comunicative.

la comunicazione efficace rappresenta la comunicazione che consente alla persona che emette il messaggio di essere capita e di raggiungere il proprio obiettivo.

Per comunicare efficacemente riassumiamo le fasi fondamentali del processo:


capire il pubblico ed entrarci in empatia;


inserire il messaggio in una struttura;


comunicare un solo messaggio per volta;


usare chiarezza nella comunicazione;


stimolare la curiosità e l'interesse;


ottenere feedback dal pubblico, stimolare il dialogo;


essere credibili;
Più interessante e pertinente, ai nostri fini, è il modello di comunicazione proposto da
Roman Jakobson. Secondo Jakobson la comunicazione può essere cosí rappresentata:
CONTESTO
MESSAGGIO
EMITTENTE ----------------------------------------------- DESTINATARIO
CONTATTO
CODICE
L'emittente invia un messaggio al destinatario. Il messaggio si riferisce ad un contesto
(verbale o suscettibile di verbalizzazione), è espresso in un codice comune (almeno parzialmente)
ad emittente e destinatario (rispettivamente, al codificatore e al decodificatore
del messaggio), e avviene mediante un contatto, un canale fisico, cioè, che consenta la
comunicazione stessa.
MITTENTE
DESTINATARIO
canale
feedback
CODICE
MESSAGGIO
CONTESTO
segnale rumore

A ciascun elemento della comunicazione cosi descritta corrisponde secondo Jakobson
una diversa funzione del linguaggio: referenziale, se riguarda il contesto, emotiva, se riguarda
l'emittente, conativa, se riguarda il destinatario, metalinguistica, se riguarda il codice,
fàtica, se riguarda il contatto, poetica, se riguarda il messaggio.
È raro, naturalmente, che ciascuna funzione si presenti allo stato puro, mentre si ha nella
maggior parte dei casi soltanto la prevalenza di una delle funzioni rispetto alle altre: ma
gli aspetti di ciascuna funzione individuata da Jakobson mettono a fuoco in modo assai utile
le corrispondenti categorie conoscitive attraverso le quali noi organizziamo e strutturiamo
gli universi empirici del linguaggio.
Un’altro modello, che riguarda la comunicazione intesa soprattutto e specificatamente
come processo psicologico è quello che evoca una grande distinzione-contrapposizione
tra due grandi modalità di intendere lo "scambio di comunicazioni" tra gli esseri umani. Per
tale distinzione, informazione non è necessariamente sinonimo di comunicazione. vi è infatti
una prima modalità di intendere il processo, riconducibile ad uno schema "concettuale"
razionale-informativo, centrato sui contenuti, obiettivistico, rappresentabile nel suo nocciolo
come segue:
Per esso, comunicazione si ha quando una trasmittente T invia un messaggio nozionistico-
cognitivo M ad una ricevente R, tramite un qualche canale.
Ad esso si possono ricondurre tutti i modelli concettualmente "razionalistici" del passaggio
delle informazioni. In questo senso, per fare un esempio classico, in fisica "comunicazione"
può anche solo significare:
• la trasmissione di un effetto da un posto ad un altro senza trasporto di materia;
• il processo attraverso il quale una energia fisica agisce su un recettore sensoriale.
Vi è poi una seconda modalità di intendere il processo, riconducibile ad uno schema
"concettuale" affettivo-comunicativo, centrato sui processi, inter-soggettivistico, rappresentabile,
nel suo nocciolo, come segue:

Per esso si ha “comunicazione” quando un trasmittente T invia tramite un qualche canale
un messaggio M, formulato in base ai propri codici valoriali e normativi e al proprio sistema
di credenze ed atteggiamenti, ad un ricevente R che decodifica il messaggio secondo
i propri sistemi di valori e norme, di credenze e atteggiamenti. Ma R non si limita a
questo: provvede infatti a sua volta, in continua alternanza di fasi, ad elaborare e trasmettere
comunicazioni di ritorno (Feed-Back), formulate in base ai propri codici e ai propri sistemi
di credenze e atteggiamenti, alla trasmittente T, che a sua volta le decodifica secondo
i propri sistemi di valori, norme, credenze e atteggiamenti. In tal modo, R è anche T
mentre T è anche R, in una continua circolarità delle funzioni, in un continuo scambio dei
ruoli reciproci, in un mutuo influenzamento, al di là dei ruoli formali o apparenti.
A tale schema concettuale si possono ricondurre tutti i modelli "emozionalistici" della
trasmissione di comunicazioni, modelli che inquadrano in tal modo anche il passaggio di
informazioni, solo apparentemente meccanico. In questo senso, per fornire qualche esempio,
nelle scienze umane "comunicazione" può significare:
• “rendere comune", "partecipare", "condividere";
• processo nel corso del quale sono trasmessi dei significati tra persone o gruppi;
• scambio di doni all'interno delle mura comuni, “cum-moenia”, ma anche “cum-munus”
(Fornari);
• alto grado di dipendenza dinamica tra due regioni personali, tale che i cambiamenti
dell'una portano dei cambiamenti proporzionali nell'altra (Lewin).
La distinzione-contrapposizione tra le due grandi modalità di intendere lo scambio o
passaggio di comunicazioni tra gli esseri umani può anche evocare la differenza tra denotati
e connotati, convenzionalmente delineabile come segue:
• significato connotativo di un messaggio: tutta la parte riguardante l'appello ai bisogni, ai
sentimenti, alle opinioni, agli atteggiamenti del ricevente (parte "affettiva");
• significato denotativo di un messaggio: tutta la parte afferente ai richiami che il messaggio
fa a qualcosa di preciso, inoppugnabile e oggettivo (parte "razionale").
Quanto detto equivale anche a introdurre o tener comunque presenti in questa sede il
tema della comunicazione a una o due vie, il tema del soggetto e dell'oggetto, il tema della
passività e dell'attività del ricevente.
L'espressione facciale può incidere notevolmente sulla qualità e la riuscita di un processo comunicativo, quindi merita particolare attenzione. Sarebbe bene:

mostrarsi sempre aperti e amichevoli;
curare i gesti e le espressioni del volto: la comunicazione efficace presuppone la maggiore naturalezza possibile dell'espressione del viso;
imparare a sorridere, in maniera naturale.

La voce assume una particolare importanza comunicativa, specialmente quando non è visibile l'interlocutore, per esempio nel caso di una comunicazione telefonica o di un discorso pronunciato alla radio. Ecco alcuni consigli utili:

usare la varietà vocale, ossia evitare una pronuncia monotona;
eliminare le non-parole, per esempio "uhm, evvero, ok, allora, insomma" spesso usate quando non si hanno parole da dire;
usare bene le pause durante le discussioni (sono molto più efficaci delle non-parole);
fare attenzione alla scelta dei vocaboli (soprattutto nel rapporto medico-paziente è bene usare sempre parole chiare e appropriate in modo che il paziente possa comprenderle con facilità).


Un ultimo modello, che qui proponiamo, è ancora centrato sui processi psicologici in
gioco e addirittura focalizza la sua attenzione sull'enunciazione (come processo) e non sull'enunciato (come contenuto), diversamente dai noti modelli della tripartizione del segno (significato, significante e referente): è l’Organon-Modell di Karl Bülher (1934).
Tale modello trae il suo nome dalla parola greca organon, che vuol dire “strumento", ed è ispirato all’idea che il linguaggio (o meglio il segno) è uno strumento. Bülher riprende l’antica nozione di segno come "qualcosa che sta al posto di un'altra cosa", ma si differenzia dalla definizione saussuriana del segno. Alla relazione significante/significato e al referente, riferibili all'enunciato, sostituisce una definizione che si riferisce all'enunciazione, che rimanda al chi parla, a chi e di che cosa. Questa precisazione a proposito dell'enunciazione spiega la scelta del modello di Bülher, tenendo presente che la psicologia comporta,
non tanto asserti separati da persone, bensì una persona A, che parla di qualcosa
(sintomo) ad una persona B, e viceversa, in una relazione di appello. Il collocarsi del segno all’interno di una relazione di enunciazione si rispecchia nello schema di Bülher.

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