sabato 30 luglio 2011

SI PUO' ESSERE FELICI

SI PUO' ESSERE FELICI




SI PUO' ESSERE FELICI imparando le leggi e le regole che governano coinvolgimento innamoramento, coinvolgimento, SEDUZIONE.
Essere felici è un’abilità che si può imparare, è saper godere di ciò che si ha oggi, nel proprio presente, senza rimandare la felicità ad un domani rischiando di sfuggire alla propria stessa esistenza. 
Si parla molto di quanto non si ha abbastanza, di quanto si desidera di più o di diverso e questo è l’infelicità, è vedere il cielo sempre grigio di nuvole, è fare calcoli continui sulla propria vita, è preoccuparsi e lamentarsi, è chiudersi agli altri, è chiedersi continuamente “sarò all’altezza?”, è vivere tesi, è non respirare, è temere un futuro, è non vivere. 

Noi animali della specie uomo (come  tanti altri mammiferi) abbiamo  il naturale bisogno di far parte di un  gruppo, di stare con gli altri, di confrontarci  con gli altri, di affermarci  a livello sociale. Ecco perché viviamo  in società. Vivendo fin dalla nascita  in società, siamo fortemente  condizionati da essa fino al punto  che il nostro DNA psicologico perde  le tracce di un nostro naturale bisogno:  il Bisogno di-Stare-Soli, ossia  il bisogno di essere con noi stessi,  di confrontarci con noi stessi, di  renderci profondamente autonomi.  Non solo. Nei romanzi, nei film,  nelle canzoni, in Tv, ecc. la solitudine  è sempre rifiutata dai protagonisti.


se ci guardiamo intorno, sembra che la vita sia un susseguirsi insensato di ansie, paure, dolori ed angosce che culminano con la morte. Il male sembra circondarci da tutti i lati e l’infelicità sembra essere il nostro destino. 
Molti filosofi hanno trattato il tema della felicità



Aristotele è un pensatore dell’equilibrio, della giusta misura, perciò nel suo pensiero
questi tre elementi debbono coesistere, e anche se nella vita non è possibile un dosaggio 
assoluto, tendenzialmente il modello aristotelico sostiene che i tre termini debbono stare 
assieme. Per cui la felicità è portare a compimento la natura umana, in tutte le sue
dimensioni.
Per questo l’utilità che traiamo dai beni, se può essere rilevante per la sfera economica
non è detto che lo sia per la felicità. Per cui quando con la modernità si autonomizza la
scienza economica (e non poteva essere diversamente se voleva nascere), isola un
aspetto della vita umana, il problema dello scambio, e ricerca un ordine connesso a
quell’ambito. Se la modernità ha potenziato l’attenzione ad un ambito particolare, ha però 
rischiato e rischia tuttora di spezzare l’uomo. Il problema è dunque non di abolire le
scienze moderne, ma piuttosto quello di riportarle all’uomo in quanto realtà unitaria,
complessiva, multidimensionale, che non può essere ristretta ad una sola dimensione.

 Per Schopenhauer, l'uomo è destinato all'infelicità perché desidera ciò che non può avere. La sofferenza è il suo stato naturale; la sua vita "oscilla come un pendolo tra il dolore e la noia". L'essere felici quindi è una condizione inarrivabile, non è mai un'esperienza presente: o è qualcosa che si ricorda e rimpiange o è qualcosa che si attende in eterno.
Per Schopenhauer la felicità sta nell'attimo, è momentanea cessazione del dolore. Il desiderio che produce malessere, nel movimento basculante della vita, cede il suo posto alla noia. In questo fugace passaggio, star bene significa non star male. Uno stato di felicità duraturo non è possibile.

Per Aristotele la felicità vera è quella che dura, che esige permanenza e costanza. E' uno stato della mente. Non coincide con il piacere sensibile: gli animali, per esempio, provano piacere ma non sono destinati ad essere felici perché la felicità è consapevolezza del piacere, della conoscenza e della ragione.


Aristotele è lontano dall'idea di felicità come fatto puramente privato, chiuso alle relazioni con gli altri, egoistico. La dimensione di questo raro stato emozionale deve essere aperta, intersoggettiva, pubblica, politica. Non si possono toccare le nuvole con un dito senza farsi vedere.

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