venerdì 5 agosto 2011

OBIETTIVO LAVORO


OBIETTIVO LAVORO





La ricetta per avere successo nel lavoro? Trenta per cento di professionalità, tutto il resto è emozione e seduzione

Le emozioni vanno comprese e guidate nella direzione più vantaggiosa per noi in modo raggiungere un obiettivo, in ufficio così come in famiglia nelle relazioni sentimentali e nella seduzione.
La maggiore criticità di tutto quanto detto ricade sulla gestione delle risorse umane e quindi, primariamente, sul ruolo del capo, che è “il regista” del futuro organizzativo. La difficoltà maggiore per essere il “nuovo capo” consiste nel modificare radicalmente la propria mentalità. Infatti il leader deve esplorare stili di management mai prima praticati o considerati: non può più  essere  un  pianificatore analitico  che  interpreta, nella  struttura  organizzativa, le domande attuali del mercato e che assegna compiti e obiettivi.
Una delle cose che spesso si sente nei corsi per le aziende è che un dipendente chiede

insistentemente una promozione a maggiore responsabilità e gli viene negata perché il
suo capo non gli riconosce le capacità per quel ruolo, o in quelli eterogenei che pur
avendo fatto molto per l’azienda al momento di una promozione viene privilegiato un
collega che oggettivamente ha fatto e prodotto meno. Ora tolti i casi in cui una persona si
autoattribuisce meriti e successi non suoi, ci sono molte situazioni dove effettivamente le
valutazioni del proprio capo hanno qualcosa di illogico, ma perché, perché un datore di
lavoro che tiene alla sua azienda e che avrebbe tutto l’interesse a promuovere una
persona capace ne sceglie una di minor capacità. Quando si verificano queste cose la
spiegazione è nelle distonie comportamentali, ovvero comportamenti paradossali atti a
gratificare un aspetto psicologico di chi li compie senza curarsi della realtà oggettiva,
questi comportamenti sono comuni, pensate solo a quando uno è innamorato, se non si
comporta paradossalmente. Tutto ciò deriva dal fatto che il vostro capo preferisce un
comportamento o un atteggiamento che voi non avete, e quindi anche se oggettivamente
producete molto vi sarà riconosciuto il lavoro ma svolto in maniera non conforme a come
il vostro capo desidera, ovvero si è vero che hai fatto questo, ma non nel modo che
ritengo giusto, e con un atteggiamento che a me piace. Se dunque nel ambiente di lavoro
un vostro collega o il vostro capo ha una forte distonia è meglio individuarla subito per
poter intervenire, prima che ci venga inconsapevolmente attribuito un modo
comportamentale, che se non conforme alle aspettative porterebbe inevitabilmente alla
frustrazione dei nostri obiettivi.

 Non dare importanza a ciò che non è importante.
Bè, mi pare chiaro che non bisogna aspirare soltanto al compiacimento personale, perchè il successo molte volte è del Team.
Secondo me è necessario sempre porci di fronte a nuovi impegni, a nuove sfide, a nuove prove.
La nostra giornata di lavoro è sempre particolare, e chiaramente ognuno di noi ne vuole essere il protagonista in positivo.




Bisogna misurare noi stessi sulla base degli obbiettivi aziendali.
Nel nostro lavoro non ci sono paragoni con il lavoro degli altri, questo deve essere chiaro, perchè ognuno ha un compito diverso.
Quando da lavoratori autonomi ci poniamo degli obbiettivi da raggiungere, dobbiamo farlo anche in base alle nostre capacità e a quelle dei nostri collaboratori.
Per cui lavorare sempre con passione e volontà equivale e fare il possibile per raggiungere quegli obbiettivi.



Governare le nostre frustazioni.

Però, ragionando a mente lucida, se sul lavoro ci lasciamo andare alle nostre frustazioni, questo paralizza il nostro pensare in maniera positiva, per cui è difficile imporsi agli occhi degli degli altri come imprenditori forti, è difficile far risaltare la forza della nostra azienda.
In effetto quando si pensa di non riuscire in un'azione si tende sempre a raggiungere l'insuccesso.
Ecco perchè bisognerebbe imparare a superare brillantemente i problemi, perchè in ognuno di essi c'è una risposta positiva.
Il nostro lavoro non può essere condizionato dalle frustazioni personali.



QUANDO IL TUO CAPO NON TI RICONOSCE CAPACITÀ
Ognuno di noi ha capacità in qualcosa, e sul posto di lavoro non c’è cosa peggiore di
non veder riconosciuto le nostre doti, magari di essere sprecati in un posto che non ci
sentiamo e vedere persone che coprono ruoli con fatica che sarebbero adatti a noi. Far
ricoprire i ruoli giusti alle persone giuste è fondamentale in una azienda, sia per
l’azienda stessa che per liberare le potenzialità del lavoratore. Oltre ai risultati oggettivi
che un persona raggiunge nella carriera lavorativa, il riconoscimento delle proprie
capacità passa dalla percezione degli altri nel riconoscerle in noi. Ed è qui che entra la
comunicazione analogica, molte volte si sente un genitore, un amico o un collega di
lavoro dire ad un altro, tu saresti stato un buon avvocato, magari solo perché è spigliato
e logico nel parlare o saresti stato un buon insegnante, perché ha una buona capacità
espositiva e altri dissentire dai nostri giudizi, ma anche noi stessi quante volte abbiamo
pensato che avremmo potuto fare questa o quella professione o ricoprire un ruolo
diverso dal nostro, solo perché ci autoattribuiamo le capacità per farlo. Ma non ci sono
riscontri oggettivi, eppure queste proiezioni sono comuni a tutti, ci sentiamo in grado e
capaci di fare cose anche se in realtà non le abbiamo mai fatte. Nel ambiente di lavoro è
la stessa cosa, dobbiamo dare al nostro capo o un collega la stessa percezione delle
nostre doti, che abbiamo noi, il riconoscimento delle capacità se non viene percepito a
livello logico, nei risultati raggiunti allora dobbiamo trasmetterlo a livello analogico, e
questo si può fare solo comunicando con strumenti che stanno al di sotto delle parole.

EMOZIONI AL LAVORO
La cultura occidentale ha da sempre un difficile rapporto con le emozioni che necessariamente ricade profondamente anche sulle pratiche manageriali, spesso e volentieri fondate sull’imperativo: qui si usa la testa, non la pancia. Il che significa: le emozioni non esistono, non sono importanti. Tuttavia le organizzazioni sono permeate, e sempre lo saranno, da una dimensione sommersa dominata proprio dalle emozioni umane, dalle paure e dai desideri delle persone, dai miti e dalle fantasie, dalle ansie individuali e collettive e dalle difese che tentano di annullarle.

SIMPATIE E ANTIPATIE AL LAVORO
In ogni azienda, così come fuori si creano gruppi di amicizie, si instaurano rapporti di
simpatia e antipatie che magari in altri contesti non si instaurerebbero mai, ma perché
preferiamo questo o quel collega e perché magari proprio a chi vorremmo stare
simpatici, un collega che ammiriamo o il capo ufficio non ci sopportano? La risposta è
nelle tipologie comportamentali, ognuno di noi fin dalla nascita ha avuto un imprinting
comportamentale, che si porta dietro per tutta la vita, possiamo cambiare atteggiamenti
verso cose e persone ma la nostra struttura di base rimane quella. A pelle a volte
vediamo passare qualcuno per la strada e sentiamo antipatia verso di lui, anche se
non lo conosciamo, o ci basta qualche frase detta da uno sconosciuto per farlo
risultare simpatico, questi sono estremi certo ma indicato una forma psicologica
precisa che ci fa avvicinare o allontanare alle persone secondo schemi che a volte non
capiamo. Il posto di lavoro è generalmente un luogo di forte stress e competitivo, dove
la struttura personale gioca un ruolo fondamentale nei rapporti personali. Capire la
propria e l’altrui tipologia ci aiuta a capire comportamenti non decifrabili logicamente e
ci permette di razionalizzare le scelte che facciamo, per avvicinarsi quindi ad una
persona non dovremo forzare comportamenti che crediamo possano essere simpatici
o magari atteggiamenti che riteniamo possa gradire, il più delle volte sbagliando poiché
frutto delle nostre proiezioni, ma basterà modificare l’atteggiamento con quella persona
in base ai gradimenti espressi dalla sua tipologia, e inconsapevolmente vedremo un
cambiamento di atteggiamento verso di noi, perché ci siamo messi in linea con la sua
struttura personale, ovvero gli stiamo dando ciò che vuole.

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