sabato 3 settembre 2011

LA SEDUZIONE DI DON GIOVANNI

LA SEDUZIONE DI DON GIOVANNI




Capita spesso di sentir parlare di Don Giovanni e della  SEDUZIONE DI DON GIOVANNI, anche in contesti molto diversi da quelli che più gli sono propri, come la musica, il teatro e la letteratura. Questo perché Don Giovanni è entrato nella vita quotidiana, perdendo completamente la sua connotazione artistica e lasciandosi assimilare nell’immaginario collettivo. 


Perché Don Giovanni è ancora, dopo secoli di scorribande, uno dei personaggi più vivi del presente? Cosa vuole questo seduttore, giocoso gentiluomo? Perché la cultura moderna lo celebra, ma alla fine lo fa sprofondare all'Inferno
Don Giovanni è uno di quei personaggi che si svincolano dall’opera e dall’autore che li ha generati, per muoversi autonomamente nel mondo, forti di una personalità ben definita e priva di debiti verso l’esterno. Per questo Don Giovanni, come anche per esempio Edipo, Amleto, Faust, viene accolto dalla psicanalisi come immagine emblematica dell’uomo e delle sue debolezze. L’eroe dell’opera di Mozart e Da Ponte è quindi soprattutto un simbolo di SEDUZIONE, che in quanto tale non si lascia dimenticare, passando di autore in autore come se appartenesse a tutti e a nessuno. Don Giovanni è innanzitutto un mito moderno, che si trasforma in relazione ai tempi e ai luoghi, ma che sostanzialmente rimane invariato nelle sue componenti essenziali.
l mito di don Giovanni è ancora oggi uno dei miti più seducenti della SEDUZIONE e coinvolgenti che la tradizione abbia potuto proporre. Confrontarsi ancora con l’immagine del seduttore impenitente significa relazionarsi con una forza di matrice tragica che alberga indistintamente in ciascuno di noi, che si attanaglia alle radici del nostro più profondo essere.
Chi sia don Giovanni non ci è dato saperlo. “Chi sono io? Un uomo senza nome”. Ma quest’anonimato è ciò che consente al personaggio di entrare sub specie aeternitatis. E a chi incalzi per scoprire la sua vera identità, don Giovanni grida: "Chi son io tu non saprai!”.
E’ dunque nell’assenza d’identità, astraendo dal principium individuationis che si svela la vera essenza del mito di don Giovanni. Come rileva Ortega y Gasset la forza di don Giovanni sta nel possedere un “immutabile potere di germinazione”, di essere “simbolo di quel fermento tragico che, più o meno larvato, si trova in tutti gli uomini”. Ma come nasce questo mito? Da dove trae le proprie origini? E soprattutto perché continua a vivere nel nostro immaginario collettivo come simbolo di seduzione e attrazione? A chiunque si addentri alla ricerca di opportune risposte don Giovanni ribatterà insistendo ancora sulla necessità dell’anonimato. E’ dunque nella potenza dell’ombra e del mysterium che dobbiamo cercare le risposte più profonde.

L’opera di Mozart è il tramite principale per la conoscenza del mito, che in essa trova anche la sua definitiva codificazione. È attraverso Mozart, e grazie all’abbinamento con la musica, che la leggenda di Don Giovanni arriva alla contemporaneità, penetrando nel profondo delle radici culturali occidentali. Eppure, nonostante l’identificazione pressoché spontanea con Mozart, Don Giovanni gode di un suo spazio indipendente dalla dimensione artistica, al punto da divenire immagine del maschile e stereotipo dell’amore libertino. 



E’ proprio in nome di questa oscurità che credo fermamente che i due nuclei che da qui si evincono, il maschile e il femminile, possano rientrare di diritto nelle due grandi categorie della Vita che solo Nietzsche è riuscito magistralmente a scandagliare: l’eterno ritorno dell’uguale e la volontà di potenza. Esse, nell’indagine di Nietzsche, sono figlie del medesimo atteggiamento verso il divenire: quel gioioso “dire di sì” alla vita reale e ai suoi aspetti anche più terribili e oscuri. Non diversamente nel mito qui proposto esse rappresentano i due poli dell’esistenza, quello maschile e quello femminile, i due propulsori che lanciano l’uomo nell’oscurità del mondo; un’oscurità che poi, se la si sa guardare con gli occhi del super-uomo o mi verrebbe da dire di don Giovanni, diventa luce.
Quel movimento compulsivo, quella repulsione per la rigidità e la staticità, quel rifiuto ad ogni tentativo di classificazione, quella infinita inquietudine che si addensa nella continua tensione desiderante non sono in fondo le stesse categorie di cui si serve il super-uomo per volere e interpretare il mondo? Il super-uomo è uomo redentore, uomo dell’avvenire che si redimerà dagli ideali della morale e suggellerà la vita col suo continuo dire di sì a che si ripeta innumerevoli volte, così come innumerevoli sono le donne e le notti di don Giovanni. E queste donne, queste furie che si animano prepotenti sul mito e tentano di possederlo, di farlo proprio, di redimerlo, non sono in fondo volontà di potenza che cerca di affermare continuamente se stessa di fronte alla precarietà degli eventi? Volontà di potenza, dunque, ma ancora incompiuta; qui è ancora soltanto volontà di affermazione incapace di sopportare la dinamicità: è il cuore del nichilismo, quello compiuto e passivo che deve ancora trasformarsi in attivo, che deve ancora vivere come vive don Giovanni.
E’ in questa abissale relazione con la filosofia di Nietzsche che mi sembra che don Giovanni perda definitivamente quella identità di cui è mutilato e di cui deve continuare a esserlo per poter vivere; deve conservare il potere della distruttività.
E non sarà forse per questo che il mito di don Giovanni ancora oggi ci seduce entusiasticamente? Don Giovanni è un abisso che si affaccia sulle nostre categorie esistenziali e, col suo potere diffamatore, dice di sì alla nostra mancanza assoluta di senso; e dai recessi dell’inconscio individuale e collettivo l’uomo moderno, abitante del nichilismo, risponde alla chiamata dell’ammaliante seduttore.

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