domenica 9 ottobre 2011

L'ARTE DI OTTENERE RAGIONE


L'ARTE DI OTTENERE RAGIONE





la SEDUZIONE de :L’arte di ottenere ragione
Intorno al 1830-31, Schopenhauer scrive un breve trattato senza titolo, pubblicato per la prima volta nel 1864 ed apparso in Italia nel 1991 con il titolo L’arte di ottenere ragione (Adelphi 1991).
Nel testo il filosofo si occupa della dialettica, argomento di cui tratta anche in altre occasioni, a partire dai manoscritti giovanili, al Mondo e alle lezioni berlinesi.
Il titolo, assegnato postumo, ci introduce in uno dei tanti usi al quale storicamente il termine rimanda, collegando lo scritto al contesto molto antico della gara e della disputa.
La dialettica in Schopenhauer si identifica con l’eristica.
Il filosofo la riferisce ad una dimensione dialogica di tipo agonistico, apertamente incurante del valore di verità del linguaggio e particolarmente attenta ai trucchi e agli artifici logico-linguistici utilizzabili nelle dispute.
Questi ultimi vengono individuati e formalizzati in 38 stratagemmi.
La dimensione spirituale evocata è dunque quella della gara e del conflitto, l’uso del termine è quello retorico, il contesto è quello intersoggettivo della disputa.
Dopo aver dato una definizione della dialettica eristica come arte di disputare in modo da ottenere ragione con mezzi leciti e illeciti, l’autore distingue tra la verità oggettiva di una proposizione e la validità della stessa nell’approvazione dei contendenti, collega poi la dialettica alla seconda, riconducendone l’origine alla naturale cattiveria del genere umano, alla slealtà e alla vanità.
 Nella prospettiva assunta da Schopenhauer, chi disputa non lotta per la verità ma per imporre la propria tesi. Il fine della dialettica è di tipo pratico e non teoretico. Distinta dalla logica naturale, la dialettica naturale può diventare oggetto di addestramento attraverso l’esercizio.
Ricollegandosi ad Aristotele, che costituisce il punto di riferimento fondamentale dello scritto, afferma che mentre la logica si occupa della forma delle proposizioni e quindi considera l’universale, la dialettica si occupa del contenuto e quindi considera il particolare.
Ora ogni disputa ha una tesi o un problema e proposizioni che servono a risolverli. Si tratta sempre di rapporti tra i concetti, che vengono riportati, secondo la teoria aristotelica dei predicabili, ai quattro universali: definizione, genere, proprio, accidente.
"Il problema di ogni disputa è riconducibile a uno di tali rapporti. Questa è la base dell’intera dialettica" (A. Schopenhauer, L’arte di ottenere ragione, cit, pag.20). L’ambito della dialettica è definito dunque in relazione all’estensione dei concetti (l’ambito delle cose a cui si applica) e alla loro comprensione (l’insieme delle note che lo caratterizzano).
I concetti, riportati alle cinque classi aristoteliche, sono considerati sul piano formale e non in rapporto al loro contenuto. "La trattazione è qui dunque ancora in una certa misura formale, anche se non così puramente formale come nella logica, poiché si occupa del contenuto dei concetti, ma in una maniera formale." (pag.21).
Il limite di Aristotele, secondo Schopenhauer, è non aver distinto nettamente lo scopo della dialettica, avvicinato, nella forma debole degli éndoxa, alla verità secondo l’apparenza, l’approvazione o l’opinione altrui (Topici).
"Per formulare la dialettica in modo limpido bisogna considerarla, senza badare alla verità oggettiva (che è oggetto della logica) semplicemente come l’arte di ottenere ragione… (op. cit. pag. 23).
E ancora: "Dunque la dialettica non deve avventurarsi nella verità: alla stessa stregua del maestro di scherma, che non considera chi abbia effettivamente ragione nella contesa che ha dato origine al duello: colpire e parare, questo è quello che conta. Lo stesso vale anche nella dialettica, che è una scherma spirituale; solo se intesa in modo così puro, può essere costituita come una disciplina propria: infatti, se ci poniamo come fine la pura verità oggettiva, ritorniamo alla mera logica: se invece poniamo come fine l’affermazione di tesi false, abbiamo la mera sofistica. E in entrambi i casi il presupposto sarebbe che noi sapessimo già che cosa è oggettivamente vero e falso: ma solo di rado questo è certo in anticipo" (pag.25).
 La metafora sportiva chiarisce il senso della definizione e la riconduce ad una antica tradizione filosofica.
La dialettica, nell’ottica di Schopenhauer, sta nel mezzo tra logica e sofistica. In quanto arte è riconducibile ad un sistema di regole e di tecniche; in quanto disposizione naturale non si configura come puro artificio ma come tendenza originaria che può essere rafforzata attraverso l’esercizio.
La dialettica non è dunque una scienza ma un’arte a posteriori.
L’analisi di Schopenhauer nasce dall’osservazione di ciò che accade nelle dispute pubbliche e private, si sviluppa nella formalizzazione dell’esperienza quotidiana e si fonda sulla visione pessimistica, rimarcata sul piano linguistico, della lotta incessante che contrappone gli esseri umani e che si esprime in una costante volontà di sopraffazione.
La sua analisi presuppone un intelletto a servizio della volontà: ogni razionalizzazione costituisce un intervento a posteriori su tendenze naturalmente irrazionali.
Schopenhauer prende le distanze dalla Sofistica e presenta il suo studio come un primo tentativo di inoltrarsi in un ambito ancora inesplorato, in un "terreno ancora vergine".
Ciò che lo distingue dai Sofisti, al di là del contesto storico-filosofico ovviamente altro, è un diverso approccio ai rapporti tra pensiero, linguaggio e realtà. Schopenhauer non recide i legami tra i tre ambiti e non considera la sfera linguistica come autonoma e separata dalla sfera ontologica. Ritiene possibile una verità oggettiva e perciò si colloca in una prospettiva gnoseologica (e metafisica) diversa dal relativismo.
Sul piano linguistico la sua analisi non parte dalla possibilità di un doppio discorso su ogni cosa ma disancora la validità delle proposizioni dal contenuto di verità, considerando l’efficacia di un discorso in rapporto agli effetti prodotti sugli ascoltatori e valutando esclusivamente le tecniche formali di difesa e di attacco.
Egli assegna alla sofistica l’accezione negativa del significato che il senso comune le attribuisce. La sofistica ha come fine l’affermazione di tesi false. Al contrario la logica ha come fine la pura verità oggettiva.
La dialettica, indifferente come già detto al valore di verità delle proposizioni, si rivela utile nella maggior parte dei casi in cui ci si imbatte nella vita, dato che la maggioranza delle volte noi non sappiamo già, prima della contesa, che cosa sia oggettivamente vero e falso.
 Rispetto a Kant, Schopenhauer ritorna all’uso soggettivo e intersoggettivo del termine e pur mantenendo la distinzione tra analitica e dialettica, che con Kant aveva assunto un significato altro da quello aristotelico, riprende la distinzione antica rimarcandone però la contrapposizione, in considerazione degli scopi diversi, teoretico il primo, pratico il secondo, che analitica e dialettica si pongono.

La dialettica come tecnica di argomentazione
Schopenhauer individua due modi e due vie di confutazione. I modi sono:
- ad rem, attraverso il quale mostriamo che la tesi non concorda con la natura delle cose;
ad hominem, attraverso il quale la discordanza è individuata tra la tesi sostenuta dall’avversario ed altre affermazioni dello stesso.

Schopenhauer sembra essere un veggente e ci descrive una situazione in cui "…La verità oggettiva di una proposizione e la validità della medesima nell'approvazione dei contendenti e degli uditori sono due cose diverse…" perché? Perché il genere umano ha "naturale cattiveria". "…Se questa non ci fosse, se nel nostro fondo fossimo leali, in ogni discussione cercheremmo solo di portare alla luce la verità, senza affatto preoccuparci se questa risulta conforme all'opinione presentata in precedenza da noi o a quella dell'altro: diventerebbe indifferente…".
Quante volte avete avuto la sensazione che vostri interlocutori volessero avere ragione ad ogni costo in barba a qualsiasi "razionalità" ottenuta, invece, attraverso la dialettica? Bene questo è un vero e proprio manuale d'uso per smontare gli spudorati della parola, gli azzeccagarbugli professionali.



Relativamente alle vie, vengono indicate la confutazione diretta, che contraddice frontalmente la tesi, e quella indiretta che attacca le sue conseguenze. Nel secondo caso, richiamandosi alla tradizione greca, ("Socrate in Ippia maggiore e altrove"), si sofferma sull’apagoge che consiste nella dimostrazione della falsità di una proposizione condotta provando la falsità delle sue conseguenze, oppure nella dimostrazione della verità di una proposizione condotta mostrando l’assurdità della tesi contraria. Un secondo tipo di confutazione indiretta è l’istanza o exemplum in contrarium che esprime una confutazione della tesi generale attraverso l’indicazione di casi compresi nella sua enunciazione per i quali essa non è valevole.

 Riportiamo sinteticamente in elenco gli stratagemmi analizzati da Schopenhauer, nella convinzione che al di là dello spirito classificatorio dell’elencazione, la lista contenga spunti interessanti per una analisi delle forme di argomentazione. (lecite e illecite), utilizzate ancora oggi nelle discussioni pubbliche e private, nei dibattiti politici e nel linguaggio dei mass media.

  • Ampliamento: è una forma di iperbole con cui estendiamo l’affermazione dell’avversario oltre le sue intenzioni, esagerandola mentre limitiamo la portata della nostra preservandola così da possibili attacchi.

  • Omonimia: consiste in una sorta di spostamento con cui dirottiamo l’affermazione su termini omonimi ma non sinonimi per estendere illegittimamente la portata della affermazione stessa che apparirà falsa.

  • Estensione: simile alle prime due, si ottiene trasformando una affermazione relativa in una affermazione universale per poi confutarla nei suoi aspetti generalizzanti.

  • Occultare le premesse di un ragionamento per evitare che l’avversario possa prevedere la conclusione, presentarle in ordine sparso e confusamente. 
  • Servirsi all’occorrenza di premesse false, nel caso l’avversario non ammetta quelle vere, argomentandole secondo il modo di pensare dell’interlocutore. 
  • Ricorrere ad una petitio principii occulta, sofisma che prende come presupposto implicito la stessa tesi che si vuole dimostrare. 
  • Domandare in una sola volta molte cose in modo da occultare ciò che in realtà si vuole che venga ammesso, ed esporre rapidamente per nascondere eventuali lacune nell’argomentazione. 
  • Suscitare l’ira dell’avversario, tormentandolo, per impedire che sia in grado di giudicare rettamente. 
  • Porre le domande con spostamenti di ogni genere in modo che l’avversario non capisca dove si voglia andare a parare. 
  • Sottoporre all’avversario due tesi opposte in modo che egli non si accorga di quale si vuole che lui affermi. 
  • Se facciamo una induzione ed otteniamo l’assenso dell’avversario su singoli casi, evitiamo di sottoporgli la generalizzazione ma introduciamola come già stabilita e concessa. 
  • Nel caso il discorso verta su un concetto che occorre definire, introdurre nella definizione ciò che si vuole provare, così da derivarlo con un semplice giudizio analitico. 
  • Indirizzare l’avversario verso l’accoglimento di una tesi, presentandogli quella opposta in maniera paradossale, in modo che la tesi da noi appoggiata risulti più probabile e sensata. 
  • Ingannare l’avversario tramite l’assunzione della non causa come causa. 
  • Condurre l’avversario ad absurdum presentando una tesi paradossale come giusta ma non del tutto evidente. 
  • Cercare, rispetto ad una affermazione dell’interlocutore, un elemento anche solo apparentemente in contraddizione con quanto ha ammesso in precedenza. (Argumenta ad hominem o ex concessis). 
  • Ricorrere al doppio significato o ad una distinzione sottile per smontare una controprova fornita dall’avversario nel corso della disputa. 
  • Avviare una mutatio controversiae interrompendo o sviando l’interlocutore da una argomentazione con cui potrebbe batterci. 
  • Generalizzare l’affermazione e poi attaccarla. 
  • Non concedere all’avversario di giungere a conclusione, poste alcune premesse, ma tirare noi la conclusione. 
  • Non evidenziare il carattere illusorio o sofistico dell’argomento fornito dall’avversario ma ricorrere ad un controargomento altrettanto sofistico e apparente. 
  • Rigettare come petitio principii una cosa che l’avversario ci chiede di ammettere, se da questa ammissione lo svolgimento della discussione dovesse svilupparsi in modo favorevole alla tesi avversa. 
  • Spingere l’interlocutore ad estendere contro la sua volontà la portata della sua affermazione, contraddicendolo e inducendolo in questo modo ad esagerare una tesi che in un ambito più limitato potrebbe essere vera. Nel caso l’avversario ricorra allo stesso stratagemma, fermarlo subito e ricondurre la nostra affermazione nei termini nei quali noi l’abbiamo posta. 
  • Ricorrere a false deduzioni e deformare i concetti derivandone tesi che non vi sono contenute, assurde o contraddittorie. 
  • Demolire una tesi universale attraverso il ricorso ad un caso particolare per il quale essa non risulti valida. 
  • Ricorrere alla retorsio argumenti utilizzando l’argomento dell’avversario contro di lui. 
  • Incalzare senza tregua con un argomento, se di fronte ad esso l’avversario si adira, supponendo di aver toccato con questa reazione il punto debole del suo ragionamento. 
  • In mancanza di argomenti, avanzare una obiezione non valida di cui però solo un esperto vede l’inconsistenza. Questo stratagemma è consigliato per persone colte che disputano davanti ad ascoltatori incolti (Argumentum ad auditores). 
  • Utilizzare la diversione quando ci si accorge di venir battuti passando ad altro argomento come se fosse pertinente alla questione affrontata. 
  • Quando non si hanno motivazioni a sostegno della propria tesi, menzionare autorità competenti in una scienza, arte o professione poco note all’avversario o, nel caso si discuta con gente comune, fare uso dell’opinione generale come di un’autorità. 
  • Dichiarare la propria incompetenza con ironia qualora non si sappia opporre nulla alle ragioni esposte dal contendente. Questo stratagemma va usato solo nel caso si sia più stimati dell’avversario presso l’uditorio. 
  • Ricondurre un’affermazione dell’avversario ad una categoria odiata ("… Per esempio: Questo è manicheismo; questo è arianesimo; questo è pelagianesimo; questo è idealismo…"). 
  • Riconoscere la possibilità che l’affermazione da confutare sia vera in teoria ma non in pratica.
  • In caso di una risposta evasiva ad una nostra domanda, incalzare l’avversario perché questo comportamento rivela una qualche debolezza. 
  • In presenza di una tesi che può essere giusta, alludere al fatto che essa è in contrasto con l’interesse comune della corporazione, setta club o altra comunità alla quale gli uditori ma non l’avversario appartengono. Questo stratagemma, scrive Schopenhauer, non appena sia praticabile, rende superflui tutti gli altri perché invece di agire sull’intelletto con ragionamenti, agisce sulla volontà con motivazioni. La forma di persuasione che ne risulta appare perfetta. 
  • Sconcertare l’avversario con sproloqui privi di senso, impressionandolo se è abituato a sentire cose che non capisce e a fare come se le capisse. 
  • Spacciare un argumentum ad hominem per uno ad rem. Sfruttare una cattiva prova fornita dall’avversario a sostegno di una tesi giusta per confutare quest’ultima. 
  • Abbandonare l’oggetto della discussione, quando ci si accorge della superiorità dell’avversario, per passare all’offesa e all’oltraggio grossolano alla persona. Questo stratagemma provoca reazioni peggiori rispetto ad un attacco avente ad oggetto la tesi dell’avversario perché ferisce la vanità dell’uomo, umiliandolo.

S T R A T A G E M M A   N .   1 
L'ampliamento.  Portare l'affermazione  del- 
l'avversario al di fuori dei suoi limiti natura- 
li, interpretarla nella  maniera  più  generale 
possibile,  prenderla  nel  senso  più  ampio 
possibile  ed  esagerarla; restringere  invece 
la propria affermazione nel senso più circo- 
scritto possibile e nei limiti più ristretti:  per- 
ché quanto più un'affermazione diventa ge- 
nerale, tanto più  essa presta il  fianco ad at- 
tacchi. L'antidoto  è  la  precisa  formulazione 
del punctw  o s tatw controversiae. 
Esempio 1. Io dissi:  Gli Inglesi sono la pri- 
ma  nazione  nel  genere drammatico n.  L'av- 
29 versario  volle t ent a r e  u n a  instantia e ribatté: 
E noto che  nella  musica, e d i  conseguenza 
anche  nell'opera,  essi  non  h a n n o   s aputo 
combinare  nulla * .   I o  gli  replicai  ricordan- 
dogli e che la musica  non è compresa nel ge- 
nere  drammatico; questo designa  solo  la  tra- 
gedia e la commedia * :  cosa che egli sapeva 
molto bene, e quindi  tentava solo di gene r a -  
lizzare  la  mia  affermazione in modo  che  
comprendesse tut t e  le rappresentazioni tea- 
trali,  d i   conseguenza l'opera e  la  musica, 
pe r   poi battermi con  sicurezza. 
Se invece l'espressione  d a  noi usata lo favo- 
risce,  si  salvi  la  propr i a   affermazione re- 
stringendola oltre la  primitiva intenzione. 
Esempio 2.  A  dice:  La pace de l   1814 resti- 
tuì persino a  tutte  le  città  anseatiche tede- 
sche la loro indipendenza ». B d à  la instantia 
in contrarium, cioè che  con quella pace  Dan- 
zica perse l'indipendenza conferitale d a  Bo- 
napa r t e .  A  si  salva così:  e H o  d e t t o  tut t e  le 
città  anseatiche tedesche:  Danzica  e r a   u n a  
città anseatica  polacca n. 
Questo stratagemma si trova già in Aristote- 
le, Topici, V I I I ,   12. 
Esempio  3.  Lamarck  (Philosophie zoologique, 
[Paris,  18091, vol.  I ,  p.  203)  nega  ai polipi 
ogni  sensazione poiché privi  d i  nervi.  Or a ,  
pe rò,  è certo che essi percepiscono, infatti se- 
g u o n o  la luce me n t r e  procedono con la loro 
tecnica d i  r amo  in r amo ;  e a f f e r r a n o  la loro 
pr eda .   Si  è  perciò  supposto che  in essi  la 
massa  nervosa  sia  diffusa  in  ugual  misura nella massa  dell'intero  corpo e, per così di- 
re, vi sia fusa assieme: infatti essi hanno evi- 
dentemente  percezioni senza  avere  organi 
d i  senso distinti.  Poiché ciò  ribalta l'ipotesi 
di Lamarck, egli argomenta dialetticamente 
così:  Allora tutte le parti del corpo del po- 
lipo dovrebbero  essere capaci  d i  ogni  specie 
di sensazione e anche d i  movimento, d i  vo- 
lontà, di pensiero: allora il  polipo avrebbe in 
ogni  punto  del suo  corpo  tutti  gli  organi 
dell'animale  più  completo:  ogni  punto  po- 
trebbe vedere, annusare,  gustare, sentire e 
così via,  anzi,  pensare,  giudicare,  inferire: 
ogni  particella  del  suo  corpo  sarebbe  u n  
animale completo e il  polipo stesso starebbe 
al d i  sopra dell'uomo, poiché ogni sua cellu- 
la avrebbe tutte le facoltà che l'uomo ha solo 
nel  suo insieme. Non  ci  sarebbe inoltre al- 
cun motivo per  non estendere quanto si af- 
ferma  sui polipi  anche  alla  monade,  il  più 
imperfetto di  tutti gli esseri, e infine anche 
alle piante, le quali p u r e  vivono, e così via D. 
Con l'uso  d i  tali  stratagemmi dialettici  uno 
scrittore tradisce l'intima consapevolezza di  
avere torto.  Poiché si è detto: a  I1 suo intero 
corpo è sensibile alla luce, e d  è perciò di  na- 
tur a   nervosa D,  egli  ne  evince  che l'intero 
corpo pensa. 
S T R A T A G E M M A   N .   2 
Usare l'omonimia per estendere l'affermazio- 
ne  presentata anche  a  ciò  che,  al  di  là  del 
3 1 nome uguale,  poco  o nulla ha  in  comune 
con la cosa in questione; poi da rne  una con- 
futazione lampante, e così  fingere di avere 
confutato l'affermazione. 
N o t a :  synonyma  sono d u e   parole indicanti  il 
medesimo concetto;  homonyma  d u e  concetti 
indicati dalla medesima parola  (vedi Aristo- 
tele, Topi c i ,  I ,  13). Profondo, tagliente, alto, 
usati o r a  per corpi or a  per  suoni, sono ho- 
monyma. Sincero e leale sono synonyma. 
Questo stratagemma  può essere considera- 
to identico al sofisma ex  homonymia: tuttavia 
il  sofisma  palese dell'omonimia  non  trarrà 
seriamente in inganno. 
Omne lumen potest  extingui; 
Intellectw  est  lumen; 
Intellectw  potest  extingui.* 
Qui si nota subito che ci  sono quattro t e m i -  
n i :  lumen in senso proprio e lumen  inteso in 
senso figurato. Ma  nei casi sottili questo so- 
fisma inganna certamente, soprattutto dove 
i concetti indicati dalla medesima espressio- 
ne sono affini e  si sovrappongono l'uno al- 
l'altro. 
Esempio  1.  (I casi inventati appositamente 
non sono abbastanza sottili d a  essere ingan- 
nevoli; bisogna  dunque  trarli  dalla  propria 
esperienza concreta. L'ottimo sarebbe poter 
distinguere ogni stratagemma con un nome 
*  Ogni lume può essere spento; / L'intelletto è un lu- 
me; / L'intelletto può essere spento. 
3 2 conciso e calzante, a cui si  potrebbe ricorre- 
re, al momento  oppor tuno,  per respingere 
in un batter d'occhio l'uso di questo o quello 
stratagemma). 
A :   a Lei non è ancora iniziato ai misteri della 
filosofia kantiana ». 
B:  Ah, dove ci  sono misteri, io non  voglio 
saperne nulla ». 
Esempio 2.  I o  biasimavo il  principio d'ono- 
re,  giudicando incomprensibile che  chi  su- 
bisce  una   offesa  perda  l'onore a meno  che 
non  la  ricambi con  una  offesa  maggiore o 
che non  lavi l'onta con il  sangue, quello del 
nemico  o il  proprio;  come  ragione addussi 
che il  vero  onor e  non  può essere  ferito d a  
ciò che si  subisce, ma  soltanto da  ciò che si 
fa; perché a chiunque di noi può succedere 
di  tutto.  L'avversario attaccò  direttamente 
la  mia  ragione:  egli  mi  dimostrò  in  modo 
lampante che se si  calunniasse  un commer- 
ciante dicendo che imbroglia o commette il- 
legalità, o che è negligente nel suo mestiere, 
questo sarebbe un  attacco al  suo onore che 
qui verrebbe ferito unicamente  per  ciò che 
egli subisce, e che egli potrebbe ripristinare 
soltanto facendo punire tale calunniatore o 
costringendolo a smentire l'accusa. 
Qui  egli  scambiò dunque ,   per  l'omonimia, 
l'onore  civile,  che  si  chiama  altrimenti  buon 
nome  e che viene offeso col discredito, con il 
concetto  di  onore  cavalleresco,  chiamato  an- 
che point d'honneur  e che viene offeso con le 
ingzunie.  E  poiché  un  attacco al  primo non p u ò   essere  trascurato; ma deve  essere  re- 
spinto con la  pubblica  confutazione,  con  lo 
stesso  diritto  anche   u n   attacco al  secondo 
non dovrebbe  r imane r e   ignorato,  ma  do- 
vrebbe essere  respinto  con un'ingiuria  più 
for t e  e con il duello. Dunque :  u n a  confusio- 
ne d i  d u e  cose essenzialmente diverse favo- 
rita  dall'omonimia della parola onore: e così 
l'omonimia  d à  origine a  u n a  mutati0 contro- 
versiae. 
S T R A T A G E M M A   N .   3 
Pr ende r e  l'affermaziones presentata in  mo- 
d o   relativo,  x a ~ a   'CL,  relative,  come  se fos- 
se  presentata universalmente, simpliciter,  h- 
n h o ~ ,  absolute,  o  almeno  int ende r l a   sotto 
tutt'altro  aspetto e confutarla  poi in  questo 
secondo senso. L'esempio  d i  Aristotele  è:  il 
mo r o  è  nero, ma q u a n t o  ai d e n t i  è  bianco: 
d u n q u e  egli è allo stesso t empo n e r o  e  non 
ne ro.  E  u n  esempio inventato,  che   non  in- 
gannerebbe  sul  serio  nessuno:  pr endi amo-  
ne invece u n o  dall'esperienza concreta. 
Esempio.  I n   u n a   conversazione  d i   filosofia 
ammisi  che  il  mio  sistema  di f ende   e loda  i 
quietisti. Poco d o p o  il  discorso c adde   su He -  
gel, e io a f f e rma i  che  la maggior  pa r t e  delle 
cose d a  lui scritte sono insensate o ,  almeno, 
che molti  passi d e i  suoi scritti  sono tali che  
l'autore  butta  lì  le  parole  e  il  senso  deve 
mettercelo il lettore. L'avversario  non si av- venturò a confutare ciò ad  rem,  ma  si  con- 
tentò di proporre quest'argumentum ad horni- 
nem: io avevo appena lodato i quietisti, e an- 
ch'essi  avevano scritto molte cose insensate. 
Ammisi questo  fatto,  ma  corressi l'avversa- 
rio dicendo che  non lodo  i  quietisti come 
filosofi  o  scrittori, cioè  non  per le loro im- 
prese  teoretiche,  ma  soltanto come uomini, 
per il loro agire, solo dal punto di  vista pra- 
tico: nel caso di Hegel invece si parla di im- 
prese teoretiche.  L'attacco  venne  così  pa- 
rato. 
I  primi  tre  stratagemmi sono  affini:  essi 
hanno  in  comune  il  fatto  che  l'avversario 
parla in  realtà di qualcosa d'altro  rispetto a 
ciò  che  è  stato  affermato:  si  incorrerebbe 
dunque  in  una  ignoratio  elenchi  [ignoranza 
della confutazione] se ci  si facesse liquidare 
da  tali  stratagemmi.  Infatti,  in  tutti  gli 
esempi presentati, quello che dice l'avversa- 
rio è vero: non è però in contraddizione ef- 
fettiva ma  solo apparente con la  tesi; chi è 
da  lui attaccato quindi  nega  la  consequen- 
zialità  della sua conclusione: cioè che dalla 
verità della sua tesi discenda la  falsità della 
nostra.  Si tratta  dunque di  una confutazio- 
ne diretta della sua confutazione per negatio- 
nem  consequentiae. 
Non  ammettere  premesse vere poiché  se 
ne  prevede  la  conseguenza. Come  antido- 
to  dunque  i  d u e   seguenti mezzi,  le  regole 
4 e 5. 
35 S T R A T A G E M M A   N .   4 
Quando si vuole t r a r r e  una certa conclusio- 
ne non  la  si lasci  prevedere,  ma  si  faccia in 
modo che l'avversario ammetta senza accor- 
gersene le premesse una per volta e in ordi- 
ne sparso, altrimenti  tenterà  ogni sorta  di  
cavilli;  oppur e ,   quando  non  si  è  certi che 
l'avversario  le  ammetta,  si  presentino  le 
premesse  di queste  premesse,  si  facciano 
pre-sillogismi, ci si  faccia ammettere le pre- 
messe di molti di questi pre-sillogismi senza 
ordine e confusamente, si occulti dunque  il 
proprio  gioco  finché  non  è  stato  ammesso 
tutto  ciò  di  cui  si  ha  bisogno.  Si  arrivi  in- 
somma  al  dunque   partendo da  lontano. 
Queste  regole  le  d à   Aristotele  in  Topici, 
VIII,  1. 
Non  occorrono esempi. 
S T R A T A G E M M A   N .   5 
Per dimostrare la  propria tesi ci  si può ser- 
vire anche di  premesse false, e ciò quando 
l'avversario non  ammetterebbe quelle vere, 
o perché non  ne riconosce la verità oppur e  
perché  vede che la  nostra tesi ne consegui- 
rebbe immediatamente:  si  prendano  allora 
tesi in sé false ma vere ad hominem, e si argo- 
menti ex  concessis a partire dal modo di  pen- 
sare dell'avversario.  Infatti il vero può con- 
seguire anche d a  premesse false, ma mai il 
falso d a  premesse vere. Allo stesso modo si possono  confutare tesi  false  dell'avversario 
per mezzo di  altre tesi false, che egli però ri- 
tiene vere: infatti si ha  a che fare con lui e 
bisogna  servirsi del  suo  modo  di  pensare. 
Per esempio:  se egli  è  seguace  di  qualche 
setta alla quale noi non aderiamo, possiamo 
adoperare contro di lui, c o m e ~ n c i p i u ,   le mas- 
sime di  questa setta. Aristotele, Topici, VI I I ,  
9. (Rientra nel precedente stratagemma). 
STRATAGEMMA  N .  6 
Si  fa una petitio principii occulta postulando 
ciò  che  si dovrebbe dimostrare: 1) usando 
un  altro  nome,  ad  esempio  buon nome  al 
posto di onore, virtù al posto di verginità, e 
così  via;  o  anche  concetti interscambiabili: 
animali dal  sangue  rosso  al  posto  di verte- 
brati;  2)  oppur e   facendo  in  modo  che  ci 
venga concesso in generale ciò che nel caso 
particolare è controverso, ad esempio: si af- 
ferma l'incertezza  della medicina  postulan- 
d o   l'incertezza  di   ogni sapere umano;  3) 
quando vice  versa  d u e  cose conseguono l'u- 
na dall'altra, e si deve dimostrare la  prima, 
postulando  la  seconda; 4)  quando  si  deve 
dimostrare l'universale, facendosi ammette- 
re ogni singolare (il contrario del n. 2). (Ari- 
stotele, Topici, VIII,  11). 
Sull'esercizio  della dialettica contiene  buone 
regole l'ultimo capitolo dei Topici di Aristo- 
tele. S T R A T A G E M M A   N .   7 
Qu a n d o  la disputa è condotta in modo piut- 
tosto  rigoroso e formale e ci si vuole  f a r  in- 
t ende r e   molto  chiaramente,  colui  che ha 
presentato l'affermazione  e deve dimostrar- 
la  procede contro l'avversario  ponendo do-  
mande ,   per  concludere  la  verità  dell'affer- 
mazione  dalle  stesse ammissioni  dell'avver- 
sario. Questo metodo erotematico e r a  parti- 
colarmente in uso presso gli antichi (si chia- 
ma  anche metodo socratico): ad esso si rifà 
il  presente stratagemma e alcuni che segui- 
r a n n o  più  avanti. (Completamente e liberamen- 
te  rielaborato  dal  capitolo 15  del Liber d e  elen- 
c h i ~   sophisticis d i  Aristotele). 
Domandare in u n a  sola volta e in modo par- 
ticolareggiato molte  cose,  così  d a  occultare 
ciò che in realtà  si vuole che venga ammes- 
so.  Esporre  invece  r apidament e  la  propr i a  
argomentazione a pa r t i r e  d a  ciò che è  stato 
ammesso: così coloro che sono lenti d i  com- 
pr endonio  non  riescono  a  seguire  esatta- 
mente e non si accorgono d i  eventuali e r r o -  
ri o lacune nell'argomentazione. 
S T R A T A G E M M A   N .   8 
Suscitare l'ira  dell'avversario,  perché  nell'i- 
r a  egli non  è  più in condizione d i  giudicare 
rettamente e d i  percepire il propr io vantag- 
gio. Si provoca la  sua ira facendogli ape r t a -  
mente torto, tormentandolo  e ,  in  generale, 
comportandosi in  modo sfacciato. S T R A T A G E M M A   N .   9 
Porre le domande non  nell'ordine richiesto 
dalla conclusione che si deve t r a r r e ,  ma con 
spostamenti  di  ogni  genere:  l'avversario 
non  capisce  allora dove  si  voglia  andare  a 
parare e non  è  in  grado di prevenire:  ci  si 
può anche  servire delle sue risposte  per 
trarne  conclusioni diverse, perfino  contra- 
rie, a seconda delle risposte. Questo strata- 
gemma  è  affine  al  quarto  stratagemma in 
quanto  bisogna  mascherare il  proprio  mo- 
do di  procedere. 
S T R A T A G E M M A   N .   10 
Ci si accorge che l'avversario risponde di pro- 
posito negativamente alle domande, perché 
la  risposta affermativa  potrebbe essere uti- 
lizzata per la nostra tesi. I n  tal caso bisogna 
chiedere  il  contrario  della  tesi  di  cui  ci  si 
vuole  servire come  se  si  volesse la  sua  ap- 
provazione, o almeno sottoporgli  ambedue 
le tesi, in  modo  che  egli  non  si  accorga  di 
quale si  vuole che lui affermi. 
S T R A T A G E M M A   N .   1 1  
Se noi facciamo un'induzione, e l'avversario 
ci concede i singoli casi attraverso i quali de- 
ve  essere attuata, non  dobbiamo chiedergli 
se concede anche la  verità  generale che  ri- 
39 sulta da questi casi; dobbiamo invece intro- 
durla in  seguito come già stabilita e conces- 
sa, perché p u ò  anche accadere che egli cre- 
d a  di averla concessa, e la  stessa impressio- 
ne avranno anche gli ascoltatori, i quali si ri- 
cordano delle molte  domande   sui  casi  sin- 
goli,  che  devono  p u r e   avere condotto  allo 
scopo. 
STRATAGEMMA  N .   12 
Qualora il discorso verta su u n  concetto ge- 
nerale che non ha alcun nome, ma che deve 
essere designato tropicamente pe r  mezzo di  
una  similitudine,  noi  dobbiamo  scegliere 
subito la similitudine in maniera tale che es- 
sa  sia  favorevole alla  nostra affermazione. 
Così, pe r  esempio, i  nomi con cui sono desi- 
gnati i  d u e  partiti  politici in  Spagna, seruiles 
e  liberales,  sono  stati  certamente  scelti  d a  
questi ultimi. 
I1 nome protestanti è scelto d a  questi, e così 
il nome evangelici; il  nome eretici, invece, è 
scelto dai cattolici. 
Vale  pe r  i nomi  di cose  anche q u a n d o  essi 
sono  più  appropriati: ad  esempio,  se  l'av- 
versario ha  proposto  u n   cambiamento, lo  si 
chiami  innovazione, perché  si  tratta  di  una  
parola  odiosa.  Ci  dobbiamo  comportare  in 
modo contrario se siamo noi a d  avanzare la 
proposta.  Nel  primo  caso  si chiami l'oppo- 
sto  K ordine   costituito D,  nel  secondo  una 
zavorra m .   Ciò che una  persona  disinteres- sata e imparziale chiamerebbe  .culto  »  o 
N  pubblica  dottrina  della  fede B ,   uno  che 
vuole parlarne a favore  lo chiama N devozio- 
ne »,  pi e t à*,   u n   avversario  bigotteria*, 
N superstizione ».  I n   fondo  si  tratta  di  una  
sottile petitio  principii:  si introduce  già  nella 
parola, nella denominazione, ciò che si vuo- 
le  provare,  così  d a   derivarlo  poi con  un 
semplice giudizio analitico. Ciò  che  l'uno 
chiama  N assicurarsi della  sua  persona n ,  
N  tenere in  custodia *,  il  suo  avversario  lo 
chiama K imprigionare ». 
Spesso un  oratore tradisce già la sua inten- 
zione nei  nomi che d à  alle cose. L'uno  dice 
N i  religiosi n,  l'altro  N i  preti D.  Fra tutti  gli 
stratagemmi questo è quello che viene ado- 
perato  più  spesso, istintivamente.  Fervore 
religioso  = fanatismo;  passo  falso o galan- 
teria  = adulterio; espressioni equivoche  = 
oscenità; squilibrio  = bancarotta;  « tramite 
influenze e conoscenze »  = N tramite corru- 
zione  e nepotismo * ;   sincera  riconoscen- 
za n  =  buon pagamento n. 
STRATAGEMMA  N.   13 
Per  fare  in  modo  che l'avversario accetti 
una tesi, dobbiamo presentare la tesi oppo- 
sta e lasciare a lui la  scelta, avendo l'accor- 
tezza  d i  esprimere tale opposto in modo as- 
sai stridente, cosicché, se  non  vuole essere 
paradossale,  egli  deve  risolversi alla  nostra 
tesi che invece appa r e  molto  probabile. Per esempio: egli deve amme t t e r e  che  u n o  h a  il 
dovere d i  f a r e  tut to ciò c h e  gli dice  suo pa- 
d r e :  allora noi chiediamo:  Bisogna  essere 
in  ogni  cosa  disobbedienti  o p p u r e   obbe- 
dienti ai genitori? D.  O p p u r e   se  d i  qualche 
cosa  si  dice  <
N  sovente  si  int endono  pochi  casi  o p p u r e  
molti:  l'avversario  d i r à   molti ». E  come  il 
grigio che accostato ai n e r o  si p u ò  chiamare 
bianco, e accostato al bianco  si p u ò  chiama- 
r e  nero. 
S T R A T A G E M M A  N .   14 
Un tiro  impe r t inent e   è  q u a n d o ,   d o p o  che  
l'avversario  h a   risposto a  molte  d oma n d e  
senza  favorire la  conclusione  c h e   abbiamo 
in  ment e ,   si  enuncia  e  si  esclama in  modo 
trionfante, come dimostrata, la conclusione 
che si voleva t r a r r e ,  sebbene essa n o n  conse- 
g u a  affatto  dalle  sue   risposte.  Se l'avversa- 
rio è timido o sciocco, e se noi abbiamo u n a  
buona   dose  d i   impertinenza  e  u n a   buona  
voce, il tiro p u ò  riuscire propr io bene. Qu e -  
sto  stratagemma  r i ent r a   nella  fallacia  non 
causae ut causae  [ inganno tramite assunzione 
della non-causa come causa]. 
Se abbiamo presentato u n a  tesi paradossale 
e ci troviamo in imbarazzo nel  dimostrarla, proponiamo all'accettazione o al rifiuto del- 
l'avversario, come se volessimo t r a rne  la di- 
mostrazione, una tesi  sì  giusta, ma  non del 
tutto evidente: se egli, sospettando qualco- 
sa, la  respinge,  allora  lo conduciamo a d   ab- 
s u r d u m  e trionfiamo: se invece la accetta, in- 
tanto abbiamo detto qualcosa di ragionevo- 
le, e poi si vedrà. O p p u r e  introduciamo qui 
lo  stratagemma precedente  e  affermiamo 
ora che questo dimostra  il  nostro parados- 
so.  Per  farlo  ci  vuole  la  massima  imperti- 
nenza:  ma  nella  realtà succede: e c'è  gente 
che tutto ciò lo  pratica  per istinto. 
S T R A T A G E M M A   N .   16 
A r g u m e n t a  a d   h o m i n e m  o ex concessis.  Di  fron- 
te a un'affermazione dell'avversario dobbia- 
mo cercare se per caso essa non sia in qual- 
che modo,  all'occorrenza  anche  solo appa- 
rentemente, in contraddizione con qualcosa 
che egli ha de t to o ammesso in precedenza; 
o p p u r e  con i  canoni di una  scuola o di una 
setta che egli ha lodato e approvato; o p p u r e  
con l'agire degli adepti di questa setta, o an- 
che  solo degli  adepti  falsi e  apparenti; op- 
pur e   con  il  suo  stesso  comportamento.  Se 
per  esempio egli  difende il  suicidio, allora 
gli  si  grida  subito:  e Perché  non  ti  impic- 
chi? n.  Op p u r e   afferma  che Berlino  è  un 
luogo di soggiorno sgradevole, e gli si grida 
subito:  Perché non te ne parti immediata- 
mente con la  prima diligenza? ,, . I n  un modo o nell'altro, si riuscirà ben a ca- 
var  fuori un  raggiro. 
S T R A T A G E M M A   N .   17 
Se l'avversario ci incalza con una  contropro- 
va, spesso ci potremo salvare con una  sottile 
distinzione a cui magari prima non abbiamo 
pensato, se la cosa in questione consente un 
doppio significato o p p u r e  un doppio caso. 
S T R A T A G E M M A   N .   18 
Se ci  accorgiamo che l'avversario  ha  messo 
mano a un'argomentazione  con cui ci batte- 
rà,  non dobbiamo consentire  che  arrivi a 
portarla a termine, ma dobbiamo interrom- 
pe r e ,  allontanare o sviare per tempo l'anda- 
mento della disputa e portarla su altre que- 
stioni:  in  breve,  avviare  u n a  mutati0  contro- 
versiae. 
S T R A T A G E M M A   N .   19 
Se  l'avversario  ci  sollecita  esplicitamente a 
esibire qualcosa contro u n  determinato pun-  
to  della  sua affermazione, ma noi  non ab- 
biamo nulla di  adatto, allora dobbiamo svol- 
gere la cosa in maniera assai generale e poi 
parlare co,ntro tali generalità. Ci viene chie- 
sto d i  di r e   perché  una   determinata  ipotesi fisica  non  è  credibile:  allora parliamo  della 
illusorietà  del sapere  umano  e  ne  diamo 
ogni sorta di esempi. 
S T R A T A G E M M A  N .   20 
Quando abbiamo  richiesto all'avversario  le 
premesse  ed  egli  le  ha   concesse, non  dob- 
biamo chiedere anche la conclusione che n e  
consegue,  ma  tirarla  direttamente noi  stes- 
si: anzi, anche se manca ancora l'una o l'al- 
tra  delle premesse,  noi  la  assumiamo come 
ugualmente concessa e tiriamo la conclusio- 
ne. La qual cosa  poi è  un impiego della fal- 
lacia non causae ut causae. 
S T R A T A G E M M A   N .   2 1 
Se ci  accorgiamo che l'avversario fa uso  di 
u n   argomento  solo  appa r ent e   o  sofistico, 
possiamo  certo annullarlo  mettendone  in 
luce la  capziosità e illusorietà, ma  è  meglio 
liquidarlo  ricorrendo  a  un controargomen- 
to  altrettanto  sofistico e  appa r ent e .   Infatti 
quello che importa non è la verità, ma la vit- 
toria. Se egli, per  esempio, avanza un argu- 
mentum  ad  hominem,  è  sufficiente  infirmarlo 
con un controargomento ad hominem  (ex con- 
cessb): e in genei-ale, se se n e  of f r e  I'oppor- 
tunità, è  più  breve  presentare  un argumen- 
tum  ad hominem, anziché  fare una lunga di- 
scussione sulla vera natura della cosa. 
45 S T R A T A G E M M A   N .   2 2  
Se l'avversario  ci chiede  d i  amme t t e r e  una 
cosa d a  cui il  problema in discussione  con- 
seguirebbe  immediatamente,  rigettiamola 
spacciandola  per  una  petitio  p i n c i p i i ;   infatti 
non  sarà  difficile che  sia  lui  sia chi  ascolta 
considerino  identica  al  problema  u n a   tesi 
strettamente  affine: e  così  gli  sottraiamo il 
suo argomento migliore. 
S ' I ' R A T A G E M M A   N .   2 3  
La contraddizione e la lite spingono a esage- 
rare  l'affermazione.  Possiamo d u n q u e  stuz- 
zicare l'avversario  contraddicendolo,  e  in- 
dur lo così a esagerare oltre il vero un'affer- 
mazione che in sé, e in u n  certo ambito, po- 
trebbe  essere  vera:  e  u n a   volta  confutata 
questa  esagerazione,  è  come  se  avessimo 
confutato  anche la  sua tesi  di   partenza.  Al 
contrario,  quando  veniamo  contraddetti, 
dobbiamo f a r e  attenzione a non esagerare o 
estendere la nostra  tesi.  Spesso inoltre sarà 
l'avversario  a  f a r e  direttamente il  tentativo 
di  estendere la  nostra  affermazione oltre i 
termini nei quali  noi l'abbiamo  posta:  dob- 
biamo allora fermarlo subito e ricondurlo ai 
limiti  della  nostra affermazione  con  u n  
« tanto ho detto, e niente d i  più ». S T R A T A G E M M A   N .   24 
La  forzatura  della consequenzialità.  Dalla 
tesi  dell'avversario  si  traggono  a  forza, at- 
traverso  false  deduzioni  e  d e f o rma n d o   i 
concetti, altre tesi che non vi  sono contenu- 
te e  non corrispondono affatto all'opinione 
dell'avversario, ma sono assurde o pericolo- 
se: poiché,  o r a ,  sembra che dalla sua tesi d i  
partenza  discendano  tali  proposizioni,  che 
sono in contraddizione o con se stesse o con 
verità riconosciute,  ciò  vale  come u n a   con- 
futazione indiretta, apagoge: è u n  nuovo im- 
piego della fallacia  non causae ut causae. 
S T R A T A G E M M A   N .  25 
Questo stratagemma pa r a  l'apagoge con u n a  
istanza n,  exemplum  in  contrarium.  L ' h a -  
yoyfi, inductio, abbisogna di u n a  gr an quan-  
tità d i  casi pe r  p o r r e  il  principio universale: 
l'bnaywyfi  basta  che presenti  u n  unico  caso 
per il  quale il  principio non è  valido, e que- 
sto è demolito: un caso del gene r e  si chiama 
6 istanza n, Evcnacri;,  exemplum in contrarium, 
instantia. Per esempio, la proposizione a T u t -  
ti  i  ruminanti sono cornuti n  viene demolita 
tramite l'unica  . istanza n dei cammelli. 
L'« istanza  è  un  caso d i  applicazione della 
verità  generale:  sotto il  concetto principale 
di  quest'ultima  deve  essere  sussunto qual- 
cosa per cui pe rò quella verità generale non 
47 vale:  perciò  essa  viene  completamente  de- 
molita.  Sennonché qui  possono verificarsi 
inganni:  perciò  quando l'avversario  muove 
istanze dobbiamo stare attenti a  quanto  se- 
gue:  1) se l'esempio sia effettivamente vero: 
ci  sono problemi la  cui unica soluzione au-  
tentica è che il caso non è vero:  per esempio 
molti miracoli, storie di spiriti, e così via; 2) 
se  rientri  effettivamente  nel  concetto della 
verità presentata: spesso è così solo in appa -  
renza e per chiarirlo è necessaria una  preci- 
sa  distinzione;  3)  se  sia  effettivamente  in 
contraddizione  con  la  verità  presentata: 
spesso è così solo in apparenza. 
S T R A T A G E M M A   N .   26 
Un tiro brillante è la retorsio argumentz: quan- 
d o  l'argomento che l'avversario vuole usare 
a  proprio  vantaggio  può  essere usato  me,- 
glio contro di lui. Per esempio egli dice:  * E 
un bambino, bisogna  p u r  concedergli qual- 
cosa »;  retorsio:  « Proprio  perché è  un  bam- 
bino bisogna castigarlo, affinché non perse- 
veri nelle sue cattive abitudini .. 
S T R A T A G E M M A   N .   2 7  
Se,  di fronte  a  un  argomento, l'avversario 
inaspettatamente si adira, allora bisogna in- 
calzare senza  tregua  con  quell'argomento: 
48 non soltanto perché va bene per farlo mon- 
tare in collera, ma  perché si  deve suppor r e  
di aver toccato il lato debole del  suo  ragio- 
namento,  e  di  potergli  nuocere,  a questo 
punto, ancor più di quanto si  possa c r ede r e  
in u n  primo tempo. 
S T R A T A G E M M A   N.   2 8  
Questo stratagemma  lo  si  può  adope r a r e  
principalmente quando persone colte dispu- 
tano davanti ad  ascoltatori incolti. Quando 
non si dispone di alcun argumentum ad rem  e 
nemmeno di uno ad hominem, allora se ne fa 
uno ad auditores, cioè si avanza una obiezio- 
ne  non  valida,  di cui  però  solo  u n  esperto 
vede l'inconsistenza:  ma,  mentre  l'avversa- 
rio è un esperto, tali non sono gli ascoltato- 
ri. Ai  loro occhi egli viene dunque  battuto, 
tanto più se la nostra obiezione riesce a por- 
re in una  luce ridicola la  sua affermazione. 
A  ridere  la  gente  è  subito  pronta,  e  quelli 
che  ridono  li  si  ha  dalla  propria parte.  Per 
mostrare che l'obiezione  è  nulla,  l'avversa- 
rio dovrebbe inoltrarsi in una lunga discus- 
sione e  risalire  ai  principi  della scienza, o 
cose del genere: ma se lo fa, non trova facil- 
mente ascolto. 
Esempio. L'avversario  dice:  nella  formazio- 
ne della  crosta  rocciosa  archeana, la  massa 
dalla quale si cristallizzò il  granito e tutta la 
roccia  restante e r a  liquida a causa del calo- 
49 re, cioè fusa: il calore doveva essere di circa 
200"  R:  la  massa  si  cristallizzò  sotto  la  su- 
perficie  del mare  che la  copriva. Noi  avan- 
ziamo l'argumentum ad auditores che a quella 
temperatura,  anzi,  assai  prima,  a  80"  R,   il 
mare si sarebbe volatilizzato d a  u n  bel pezzo 
e  aleggerebbe sotto  forma  di vapore.  Gli 
ascoltatori ridono. Per batterci egli dovreb- 
be  mostrare  che il  punto di ebollizione non 
dipende solo dal grado di calore, ma altresì 
dalla pressione atmosferica,  e questa, non 
appena circa la  metà dell'acqua  del mare  è 
evaporata, è cresciuta al punto che neppur e  
a 200" R  ha luogo l'ebollizione. Ma egli non 
riesce a dimostrarlo  giacché per  chi  non  sa 
nulla  di  fisica  sarebbe  necessario u n   intero 
trattato. 
S I ' R A T A G E M M A   N.   29 
Se  ci  si  accorge  di  venire  battuti  (vedi  lo 
stratagemma n.  18), allora si  fa una diversio- 
ne, cioè si comincia d'un tratto con qualcosa 
di totalmente diverso, come  se  fosse  perti- 
nente  alla  questione e  costituisse u n   argo- 
mento  contro  l'avversario.  Questo  avviene 
con un certo ritegno se la diversione riguar- 
da  ancora  in  generale  il  thema  questionis; 
sfacciatamente se  riguarda solo l'avversario 
e non  parla  affatto della cosa in questione. 
Per  esempio: io  lodavo il  fatto che in  Cina 
non esiste nobiltà ereditaria e gli  uffici ven- 
gono assegnati solo in  seguito a examina.  I1 mio  avversario  a f f e rmò  che  il  s ape r e   non 
pr epa r a   a  esercitare  uffici  più  dei  privilegi 
di nascita  (che egli teneva in qualche consi- 
derazione). Ma  gli a n d ò  storta. Subito fece 
una   diversione, dicendo che in  Cina tutti  i 
ceti vengono castigati con la  punizione cor- 
porale,  e  mise  questo  in relazione  con  il 
molto be r e  tè,  r improve r ando ai Cinesi  I'u- 
na  e l'altra cosa. Or a ,  chi s'impelagasse  s en.  
z'altro in  tutto  questo,  si  sarebbe  lasciato 
sviare e  quindi   si  sarebbe lasciato  sfuggire 
di mano la vittoria  già raggiunta. 
La  diversione è  sfacciata  q u a n d o  abbando- 
na completamente la cosa in questione e at- 
tacca circa così: Sì, e del resto anche lei a f -  
fermava di recente ecc. D.  Rientra infatti, in 
u n a   certa misura,  nel  diventare  offensi- 
vi D, d i  cui  si  parlerà  nell'ultimo  stratagem- 
ma. Considerata  in  senso  stretto, la  diver- 
sione è  u n   g r a d o  intermedio  f r a   I'argumen- 
tum  ad personam, di cui si discuterà a p p u n t o  
nell'ultimo  stratagemma,  e  l'argumentum  ad 
hominem. 
Qu a n t o  questo stratagemma sia p e r  così di- 
re innato, lo  mostra ogni lite  f r a   gente  co- 
mune :   infatti,  se  u n o  avanza  all'altro  rim- 
proveri personali, questi  risponde  n o n   già 
confutandoli ma  muovendo  lui  rimproveri 
personali  al  primo,  lasciando sussistere e 
quindi  quasi  amme t t endo,   quelli  rivolti  a 
lui  stesso.  Si  comporta  come  Scipione  che 
affrontò  i  Cartaginesi  non  in  Italia,  ma 
in  Africa.  I n  gue r r a   tale  diversione a  volte 
può anche  dimostrarsi utile. Nel contendere 
5 1 non va  bene, perché non si fa nulla contro i 
rimproveri ricevuti e chi ascolta viene a sa- 
pere le  magagne di  entrambe le  parti.  Nel 
disputare  è  in  genere  usata  solo  faute  de 
mieux. 
STRATAGEMMA  N.   30 
L'argumentum  ad verecundiam. Al  posto delle 
motivazioni, ci  si  serva di autorità,  secondo 
le  conoscenze  dell'avversario.  Dice  Seneca: 
unusquisque  mavult  credere quam judicare  [o- 
gnuno preferisce  credere che giudicare. De 
vita  beata,  I ,   41.  Si  ha  dunque   buon  gioco 
quando si ha dalla propria parte un'autorità 
che  l'avversario  rispetta.  Ma  per  lui  ci  sa- 
ranno tante  più  autorità valide, quanto più 
sono limitate le  sue conoscenze e le  sue ca- 
pacità.  Se  queste  sono  di   prim'ordine, per 
lui  ce  ne  saranno  pochissime, pressoché 

nessuna. Egli accetterà, tutt'al  più, l'autorità 
di persone competenti in una scienza, arte o 
professione a lui poco nota o del tutto igno- 
ta, e anche  questa con diffidenza.  Al  con- 
trario,  la  gente comune  ha  profondo  ri- 
spetto  per  gli  esperti  di  ogni  genere.  Essi 
non sanno che chi fa professione di qualco- 
sa  non ama questa  ma  il  suo guadagno:  né 
sanno che chi insegna  una certa  cosa  rara- 

mente  la  conosce  a  fondo,  perché a  chi  la 
studia a fondo di solito non rimane  neppu- 

re il tempo per insegnare. Solo per il vulgus 
ci sono molte autorità che trovano rispetto: 
52 se non  se  ne ha alcuna che fa al caso, se  ne 
prenda  una  apparentemente adatta,  si  citi 
ciò che uno ha  detto in  un altro senso o in 
altre  circostanze. Le  autorità  che l'avversa- 
rio non  capisce affatto per lo  più  produco- 
no  l'effetto migliore.  Gli  incolti  hanno  un 
rispetto  tutto  particolare  per  le espressioni 
retoriche greche o latine. All'occorrenza, le 
autorità  si  possono non  solo distorcere, ma 
addirittura  falsificare  o  perfino  inventare: 
per lo più l'avversario non ha il libro a por- 
tata di  mano e non sa  nemmeno come con- 
sultarlo. I1 più bell'esempio a questo propo- 
sito è offerto dal francese Cur é ,  il quale, per 
non pavimentare  la  strada davanti alla  sua 
casa, come erano obbligati a fare gli altri cit- 
tadini, citò u n  detto biblico: paveant illi,  ego 
non pavebo  [tremino p u r  quelli, io  non  tre- 
merò].* Ciò convinse gli amministratori co- 
munali. Anche  pregzudizi  generali  possono 
essere usati come autorità. Infatti, con Ari- 
stotele,  credo  nell'Etica  Nicomachea,  i p i ù  
pensano: 2 pÈv  rcohhois 6 o x ~ i   taCta ye Eivai 
cpapÉv  [le cose  che sembrano giuste a mol- 
ti,  queste diciamo  che  sono. Etica  Nicoma- 
chea, X, 2,  1172 b 361; sì, non c'è alcuna opi- 
nione,  per quanto  assurda, che  gli  uomini 
non abbiano esitato a  far  propria, non  ap- 
pena si è arrivati a convincerli che tale opi- 
nione è universalmente accettata. L'esempio fa 
effetto sia sul loro pensiero, sia sul loro agi- 
*  L'aneddoto si trova in Claude Adrien Helvétius, De 
l'esprit,  11, cap. xix. 
53 re.  Essi  sono pecore  che vanno  dietro  al 
montone ovunque  le  conduca;  è  per  loro 
più  facile morire che pensare. E assai curio- 
so  che  l'universalità  di  una opinione  abbia 
per  loro  tanto  peso,  dal momento che  essi 
possono  p u r   vedere  su  d i  sé  quanto  si  ac- 
cettino opinioni senza giudizio e solo in for- 
za  dell'esempio.  Ma  in  realtà  non  lo  vedo- 
no,  perché  manca  loro  ogni  conoscenza  di 
sé. Solo i migliori dicono, con Platone, TOLS 
nohhois  nohhà  6oxai  [i  molti  hanno  molte 
opinioni. Repubblica, IX,  576 C], cioè il  vul- 
gus ha molte  frottole in testa e, se si volesse 
tenerne conto, si avrebbe un gran d a  fare. 
L'universalità di una opinione, parlando seria- 
mente, non  costituisce né una   prova né  u n  
motivo che la  r ende   probabile.  Coloro che 
lo affermano devono ammettere:  1) che la 
distanza nel  tempo  priva quella universalità 
della sua forza probante: altrimenti dovreb- 
bero riportare in vigore tutti gli antichi e r -  
rori  che  u n   tempo  e r ano  universalmente 
considerati verità:  per esempio, dovrebbero 
ripristinare il  sistema tolemaico oppur e ,  nei 
paesi  protestanti,  il  cattolicesimo;  2)  che la 
distanza nello spazio  produce lo stesso effet- 
to:  altrimenti l'universalità  d i   opinione  f r a  
chi professa  il  buddhismo,  il  cristianesimo 
e  l'islamismo  li  metterà  in  imbarazzo. (Se- 
condo Jeremy Bentham,  Tactique des  assem- 
blées législatives [Genève-Paris,  18161, vol. 11, 
p.  76). 
Ciò che così si chiama  opinione  generale  è,  a 
ben gua rda r e ,  l'opinione d i  d u e  o tre perso- ne ;  e ce ne  convinceremmo se potessimo os- 
servare come  si  forma   una  tale  opinione 
universalmente  valida.  Trove r emmo  allora 
che f u r o n o  in un  primo momento d u e  o t r e  
persone  ad  avere  supposto  o  presentato  e 
affermato tali  opinioni, e  che si  fu così  be- 
nevoli verso di loro d a  c r ede r e  che  le aves- 
sero davvero esaminate a  fondo:  il  pregiu- 
dizio  che   costoro fossero sufficientemente 
capaci indusse d a p p r ima  alcuni ad accettare 
anch'essi  l'opinione: a  questi  credettero  a 
loro volta molti altri, ai quali la pigrizia sug- 
gerì d i  c r ede r e  subito piuttosto che f a r e  fa- 
ticosi  controlli.  Così  crebbe  d i   giorno  in 
giorno il  novero  d i  tali  accoliti  pigri  e  cre- 
duloni: infatti, una   volta che  l'opinione  eb- 
be dalla sua  un buon n ume r o  d i  voci, quelli 
che vennero d o p o  l'attribuirono al fatto che 
essa  aveva  potuto  guadagna r e   a  sé  quelle 
voci solo p e r  la  fondatezza delle sue ragioni. 
I  rimanenti, pe r  non  passare  p e r  teste irre- 
quiete che  si  ribellano cuntro opinioni uni- 
versalmente accettate e pe r  saputelli che  vo- 
gliono essere più intelligenti  del mondo in- 
tero, furon.0 costretti  ad ammettere ciò che 
e r a  già d a  tutti considerato giusto. A  questo 
p u n t o  il  consenso divenne un  obbligo.  D'o- 
r a  in poi, i pochi che sono capaci di giudizio 
sono costretti a tacere e a pot e r  parlare è so- 
lo chi è del tut to incapace d i  avere opinioni 
e giudizi propr i ,  ed è la semplice eco d i  opi- 
nioni  altrui: tuttavia,  propr io  costoro  sono 
difensori  tanto  più  zelanti  e intolleranti  d i  
quelle opinioni. Infatti, in colui che la  pensa 
55 diversamente,  essi  odiano  non  tanto  l'opi- 
nione diversa che egli professa, quanto l'au- 
dacia di voler  giudicare  da  sé, cosa che essi 
stessi non provano mai a fare, e in cuor loro 
ne sono consapevoli.  Insomma: a esser ca- 
paci di pensare sono pochissimi, ma opinio- 
ni vogliono averne tutti: che cos'altro rima- 
ne  se  non  accoglierle belle  e fatte da  altri, 
anziché formarsele  per conto proprio? Poi- 
ché questo è ciò che accade, quanto può va- 
lere ancora la  voce  di cento milioni di per- 
sone? Tanto quanto  un  fatto storico che  si 
trova in  cento storiografi, ma  poi si verifica 
che  tutti  si  sono trascritti l'uno l'altro,  per 
cui, alla fine, tutto si  riconduce  all'afferma- 
zione  di  uno  solo  (secondo  Pierre  Bayle, 
Pensées  s u r  les comètes  [4" edizione,  17041, to- 
mo  I ,  p.  10). 
Dico ego,  t u  dicis, sed  denique  d k i t  et  ille: 
Dictaque  post  toties,  n i l   nisi  dicta  vides.* 
Nondimeno,  quando  si  discute con  gente 
comune si può fare uso dell'opinione gene- 
rale come di un'autorità. 
In  genere  si troverà che quando due teste 
ordinarie disputano fra loro, l'arma comu- 
ne  che  essi  scelgono sono  le  autorità:  con 
queste  si  battono l'un l'altro.  Se  una  testa 
*  cc  Io lo dico,  tu  lo  dici,  ma  alla  fine lo dice anche 
quello: 1 Dopo che lo si  è  detto tante volte, altro non 
vedi se non ciò che è stato detto v .  Motto che si trova in 
esergo alla M  Parte  polemica v  della Farbenlehre  [Teor ia 
dei  colori] di Goethe. più  fine ha a che fare con un tipo del gene- 
re, la cosa migliore è che anch'egli si adatti a 
quest'arma,  scegliendola secondo  i punti 
deboli dell'avversario. Infatti, contro l'arma 
delle ragioni questi è,  ex  hypothesi, un  Sigfri- 
d o  cornuto immerso  nella  marea  dell'inca- 
pacità di pensare e giudicare. 
In tribunale si disputa esclusivamente ricor- 
rendo  ad  autorità,  all'autorità delle  leggi 
che è certa: è compito della facoltà del giu- 
dizio  reperire  la  legge,  cioè  l'autorità, che 
trova applicazione nel caso dato. Ma  la dia- 
lettica ha  spazio d'azione sufficiente quan- 
do,  all'occorrenza,  il  caso  concreto  e  una 
legge che in  realtà non si accordano vengo- 
no rigirati finché li  si considera in  accordo: 
anche viceversa. 
S T R A T A G E M M A   N .   3 1  
Qualora non si sappia opporre nulla alle ra- 
gioni esposte dall'avversario  ci  si  dichiari, 
con  fine ironia, incompetenti:  <<  Quello che 
lei  dice  supera  la  mia  debole comprensio- 
ne:  sarà senz'altro  giustissimo,  ma  io  non 
riesco a capirlo e rinuncio a ogni giudizio ». 
Con ciò, negli uditori  presso i quali si  è  te- 
nuti in considerazione, si insinua che si trat- 
ta  di   una  cosa  insensata.  Molti  professori 
della  vecchia  scuola eclettica  all'apparire 
della  Critica della ragione  pura  o,  meglio, 
quando essa iniziò a  suscitare scalpore, di- 
chiararono:  <<  Noi  non  la  capiamo »,  e  con ciò pensarono d i  essersene disfatti. Q u a n d o  
pe rò  alcuni  adepti  della nuova  scuola  mo- 
s t r a rono loro che  avevano propr io  ragione 
e che davvero non la capivano, il loro umo- 
re ebbe u n  brusco cambiamento. 
Questo  stratagemma  si  p u ò   a d o p e r a r e  solo 
laddove  si sia  sicuri  di  essere decisamente 
più  stimati dell'avversario  presso l'uditorio. 
Per esempio: u n  professore contro u n o  stu- 
dent e .   I n   realtà  rientra  nello  stratagemma 
precedente  ed  è  u n   modo particolarmente 
malizioso d i  f a r   valere  la propria  autorità  in 
luogo delle ragioni.  I1 tiro contrario è:  <<  Mi 
permetta, con il Suo acume dev'essere  un'i- 
nezia  capirlo, e  può  solo  esser colpa della 
mia cattiva  esposizione »  - poi  sbattergli la 
cosa  sul  muso  in  modo  che,  nolens  volens, 
egli  debba capirla, e risulti  chiaro che pri- 
ma, effettivamente, e r a  lui a  non  averla ca- 
pita.  Così  l'argomento  è  ritorto:  lui  voleva 
insinuare  nei  nostri  confronti  un  non-sen- 
so: noi gli abbiamo dimostrato che e r a  lui a 
non  avere  capito.  Entrambi  con  squisita 
gentilezza. 
S T R A T A G E M M A   N .   32 
Un modo spiccio pe r  accantonare, o almeno 
r e n d e r e   sospetta,  u n a   affermazione  a noi 
contraria dell'avversario,  è  quello  d i   ricon- 
dur l a  a una categoria odiata, anche se la r e -  
lazione è  solo d i  vaga somiglianza  o è tirata 
per i capelli; pe r  esempio: N  Questo è mani- 
5 8 cheismo;  questo è  arianesimo; questo è  pe- 
lagianesimo;  questo  è  idealismo;  questo  è 
spinozismo;  questo  è  panteismo; questo  è 
brownianismo;  questo  è  naturalismo;  que- 
sto è ateismo; questo è  razionalismo; questo 
è  spiritualismo;  questo  è  misticismo;  e  così 
via p .   Con ciò supponiamo d u e  cose:  1 )  che 
quella affermazione è effettivamente identi- 
ca a quella categoria, o che almeno è conte- 
nut a  in  essa, e d  esclamiamo d u n q u e :  « Oh!, 
questa non è affatto nuova! N ;  2) che questa 
categoria  è  già  stata  del tutto confutata  e 
non  può  contenere  una  sola  parola  d i  vero. 
S T R A T A G E M M A   N .   33 
a Ciò  sarà  anche   vero in  teoria;  in  pratica 
pe rò è falso D. Con questo sofisma si ammet- 
tono le ragioni e tuttavia si negano le conse- 
guenze;  in  contraddizione  con  la  regola  a 
ratione ad  rat ionatum  valet  consequentia  [da 
u n a   ragione  al  suo effetto  vige la  conse- 
quenzialità]. L'affermazione  pone  una  cosa 
impossibile: ciò  che  è  giusto in teoria  deve 
valere  anche  in  pratica:  se ciò  non  si  ve- 
rifica, allora c'è  un e r r o r e  nella teoria, qual- 
che cosa è stato trascurato e non è stato cal- 
colato e ,  d i  conseguenza, è falso anche nella 
teoria. S T R A T A G E M M A   N .   34 
Se a  u n a   d oma n d a  o a  u n  a rgomento l'av- 
versario  non  d à  u n a   risposta  di r e t t a  o  non 
p r e n d e   u n a   posizione precisa,  ma  evade 
con u n a  cont rodomanda ,  u n a  risposta indi- 
r e t t a   o  addi r i t tur a   con  qualcosa  che  n o n   è 
pe r t inent e  all'oggetto  in discussione, e vuo- 
le a n d a r e  a  p a r a r e  d a  tutt'altra  pa r t e ;  que -  
sto è  u n   segno  sicuro che  abbiamo toccato 
(magari senza  saperlo) u n  p u n t o  marcio:  si 
tratta,  d a   parte sua, d i   u n  ammutolimento 
relativo.  E  necessario  d u n q u e  incalzare  sul 
punto  che   abbiamo toccato  e  non  mollare, 
anche   q u a n d o   n o n   vediamo  ancor a  in  che  
cosa consista la  debolezza  che  abbiamo col- 
pito. 
S T R A T A G E M M A   N .   35 
il  quale,  n o n   a p p e n a   sia  praticabile,  r e n d e  
superflui tutti gli altri: anziché agire sull'in- 
telletto con  ragionamenti, si agisca sulla vo- 
lontà  con motivazioni,  e  l'avversario,  come 
p u r e  gli uditori se h a n n o  gli stessi suoi inte- 
ressi, sono subito conquistati alla nostra opi- 
nione,  fosse  anche  presa a  prestito da l  ma- 
nicomio:  p e r  lo  più, infatti, u n a   briciola  d i  
volontà pesa  più d i  u n  quintale d i  giudizio e 
di persuasione. Na tur a lment e  funziona solo 
in circostanze particolari. Se  si  riesce  a  f a r  
avvertire all'avversario  che  la  sua opinione, 
se  fosse valida,  a r r e che r ebbe   u n   notevole danno al suo stesso interesse, egli la lascerà 
cadere con la stessa rapidità con cui si molla 
u n   f e r r o   bollente  incautamente  afferrato. 
Per esempio:  un  religioso difende un  dog- 
ma  filosofico: gli si  faccia osservare che esso 
è  indirettamente  in  contraddizione con  u n  
'  dogma fondamentale  della sua chiesa,  ed 
egli lo lascerà cadere. 
Un  possidente terriero afferma l'eccellenza 
della meccanica in  Inghilterra,  dove  una  
macchina a vapore compie il lavoro d i  molti 
uomini:  gli si lasci intendere che presto a n -  
che i veicoli saranno tirati da  macchine a va- 
pore, sicché i prezzi dei cavalli delle sue nu- 
merose scuderie dovr anno subire u n  crollo 
- e  si vedrà.  I n  questi casi il  sentimento di 
ognuno è di regola: quam temere in nosmet le- 
gem sancimus iniquam [con quanta leggerezza 
enunciamo  una  legge  iniqua  contro  noi 
stessi. Orazio, Satire, I, 3, 671. 
Si  agisca  così  quando  gli  uditori,  ma  non 
l'avversario,  f anno parte  della  nostra  stessa 
setta, corporazione,  sindacato,  club,  e  così 
via. La  sua tesi può anche essere giusta, ma 
è  sufficiente  alludere  al  fatto che  essa  è  in 
contrasto con l'interesse  comune della  sud- 
detta corporazione, ecc., che tutti gli uditori 
troveranno  gli  argomenti  dell'avversario 
deboli e miserabili anche se sono ottimi, e i 
nostri giusti e centrati anche se fossero cam- 

pati  pe r   aria;  il  coro  si  proclamerà a  gran 
voce  in  nostro  favore e  l'avversario  dovrà 
sgombrare il  campo umiliato. Anzi, gli udi- 
tori  per lo  più  crederanno d i  avere da to la loro approvazione per  puro convincimento. 
Infatti, ciò  che  va  a nostro  danno, appare 
per  lo  più  assurdo  all'intelletto.  I n t e l l e c t w  
luminis sicci  n o n  est  recipit  i n f w i o n e m  a  v o l u n -  
tute  et  a f f e c t i b w   [l'intelletto  non  è  una  luce 
che  a rde   senza olio,  ma  viene  alimentato 
dalla volontà  e  dalle passioni. Francis  Ba- 
con, N o v u m   O r g a n o n ,  I ,  491. Di  questo stra- 
tagemma  si potrebbe dire a prendere l'albe- 
ro per  le  radici » :  di  solito viene  chiamato 
a r g ume n t um a b   u t i l i .  
S T R A T A G E M M A  N .   36 
Sconcertare, sbigottire l'avversario con spro- 
loqui privi di senso. Ciò riposa sul fatto che: 
Gewohnlich glaubt  d e r   Me n s c h ,   w e n n   e r   n u r  
[ W o r t e  hort, 
Es  miisse  sich  dabei  doch  a u c h   w a s   denken  las- 
[sen.* 
Se or a ,  in cuor suo, egli è consapevole della 
propria  debolezza,  se  è  abituato a sentire 
cose che non capisce, e tuttavia a fare come 
se  le  capisse, si  può  impressionarlo  propi- 
nandogli con  aria  seria  una  scemenza  che 
suona dotta o profonda, di fronte alla quale 
*  L'uomo crede abitualmente, anche  se solo  parole 
sente, /  che vi  si  debba poter trovare pur qualcosa da 
pensare.  (Johann  Wolfgang  Goethe,  Fazcst,  I ,   vv. 
2565-66). 
62 gli vengono meno udito, vista e pensiero,* e 
spacciarla come la  prova  più  incontestabile 
della  propr i a   tesi.  Come  è  noto, recente- 
mente alcuni  filosofi h a n n o  adope r a to que- 
sto stratagemma, con esiti brillantissimi,  ad- 
di r i t tur a  d i   f ront e  all'intero pubblico  tede- 
sco.  Poiché  pe rò  si  tratta di  exempla  odiosa, 
ricorreremo a  u n  esempio più  antico tratto 
d a  Oliver Goldsmith, The  Vi car  of  W a h f i e l d  
[cap. vrr]. 
S T R A T A G E M M A   N.   37 
(che dovrebbe essere u n o  dei primi). Quan-  
d o  l'avversario,  p u r   avendo nei fatti  ragio- 
ne ,  pe r   f o r t u n a   sceglie  u n a   cattiva  prova; 
non abbiamo allora difficoltà a confutarla, e 
poi spacciamo questa pe r  una  confutazione 
della cosa. I n  fondo,  qui tut to si basa sul fat- 
to che spacciamo u n  argumentum ad hominem 
pe r   u n o  ad  rem.  Se a lui, o agli astanti, non 
viene in  mente  alcuna  prova migliore,  ab- 
biamo vinto noi.  Per esempio q u a n d o  u n o ,  
per dimostrare  l'esistenza  d i   Dio,  presenta 
la  prova ontologica, assai facile d a  confuta- 
re. Questo è  il  modo in  cui cattivi avvocati 
pe rdono  u n a   buona  causa:  vogliono  difen- 
*  Schopenhauer pensa qui probabilmente di nuovo al 
Fausl  goethiano, alla  scena di cui  riprende le  parole: 
<<  Und in  den Salen, auf den Banken, / Vergeht  mir 
Horen, Sehen und Denken v  ( I ,   1886-87). 
63 derla con  una legge che non  vi  si  presta,  e 
quella che si  presta non viene loro in  mente. 
U L T I M O  S T R A T A G E M M A  
Quando ci  si  accorge che l'avversario  è  su- 
periore e si finirà per avere torto, si diventi 
offensivi, oltraggiosi, grossolani, cioè si pas- 
si dall'oggetto della contesa (dato che lì si ha 
partita persa) al contendente e si attacchi in 
qualche modo la  sua persona. Lo si  potreb- 
be  chiamare  argumentum  ad personam,  e  va 
distinto  dall'argumentum ad  hominem  che  si 
allontana  dal  puro  oggetto  in  discussione 
per attaccarsi a ciò che l'avversario ha detto 
o ha ammesso. Con quest'ultimo stratagem- 
ma, invece, si abbandona del tutto l'oggetto 
e si dirige il  proprio attacco contro la perso- 
na dell'avversario:  si  diventa  dunque inso- 
lenti, perfidi, oltraggiosi, grossolani. Si trat- 
ta  di  un  appello delle forze dello spirito  a 
quelle del corpo o all'animalità. Questa re- 
gola è molto popolare poiché chiunque è in 
grado di metterla in pratica, e viene quindi 
impiegata  spesso.  Ci  si  chiede  ora  quale 
controregola  valga in questo caso per l'altra 
parte. Perché, se questa farà uso della stessa 
regola, si arriverà a una rissa, a un duello o 
a un  processo per ingiuria. 
Ci si  sbaglierebbe di  grosso  se  si  pensasse 
che basti solo non diventare offensivi. Infat- 
ti, mostrando a uno, in tutta  pacatezza, che 

ha  torto  e che  dunque  giudica  e  pensa in 
64 maniera  sbagliata, come accade in  ogni vit- 
toria dialettica, lo si  amareggia  più  che con 
qualsiasi espressione grossolana e oltraggio- 
sa.  Perché? Perché,  come dice  Hobbes  nel 
De  ciue,  capitolo  I  [pa r .  51:  Omnis  animi uo- 
luptas,  omnisque  alacritas  in  eo  sita  est,  quod 
quis  habeat,  quibuscum  conferem  se,  possit  ma- 
gnifice sentire de seipso [Ogni piacere dell'ani- 
mo e ogni a r d o r e  risiedono nell'avere  qual- 
cuno, dal confronto  con  il  quale  si  possa 
t r a r r e  un alto sentimento d i  sé]. Nulla  supe- 
r a  pe r  l'uomo la soddisfazione della  sua va- 
nità, e  nessuna ferita duol e  più  d i  quella in 
cui viene  colpita la vanità.  (Da ciò derivano 
modi  d i  d i r e  come  N l'onore  vale  più  della 
vita P e così via). Questa soddisfazione della 
vanità  nasce  principalmente dal  conf ronto 
d i  se stessi con  altri, sotto ogni aspetto, ma 
principalmente  in relazione  all'intelligenza. 
Questa  soddisfazione  si  verifica  effectiue  e 
molto  intensamente  nel  disputare.  Di  q u i  
l'amarezza  dello  sconfitto senza  che  gli si 
commetta torto, e d i  qui  il suo ricorso, come 
extrema  ratio,  a  quest'ultimo  stratagemma: 
ad esso non si può sfuggire con la semplice 
gentilezza  d a   pa r t e   nostra.  Avere  un gr an 
sangue  f r e d d o  può tuttavia essere utile  an- 
che in questa occasione, se cioè, non a p p e n a  
l'avversario  diventa  offensivo,  si  risponde 
con calma che ciò non  pertiene alla cosa in 
questione e si ritorna  subito su questa, con- 
t inuando  a  dimostrargli  il  suo torto  senza 
badare alle offese - d u n q u e  più o meno co- 
me  dice Temistocle  a d  Euribiade:  nataE,ov @v,  a ~ o v u o v  6É  [bastonami  ma ascoltami. 
Plutarco, Temistocle,  11, 201.  Ma  questo non 
è d a  tutti. 
L'unica  controregola  sicura  è  perciò  quella 
che già Aristotele indica nell'ultimo  capitolo 
dei T o p i c i :  non  disputare con il  primo  arri- 
vato, ma solo con coloro che si conosce e d i  
cui  si  sa che hanno intelletto sufficiente d a  
non  propor r e  cose tanto assurde d a  esporli 
all'umiliazione;  e che hanno abbastanza in- 
telletto per disputare con ragioni, e non con 
decisioni perentorie, e per ascoltare ragioni 
e acconsentirvi;  e, infine, che apprezzano la 
verità, ascoltano volentieri  buone ragioni, 
anche quando provengono  dalla bocca  del- 
l'avversario,  e siano abbastanza  equi d a   sa- 
per  sopportare di  ottenere torto q u a n d o  la 
verità  sta dall'altra  parte.  Da ciò segue che, 
f r a   cento persone,  ce n'è  forse  una   degna 
che si  disputi con lei. Agli altri si lasci di r e  
quello che vogliono,  perché  desipere  est j u r 6  
gentium  [essere  irragionevoli  è  un  diritto 
umano], e si rifletta su ciò che dice Voltaire: 
L a  p a k  v a u t  encore mieux que l a  vérité  [La pace 
è  preferibile  alla  verità]; e  un  detto arabo 
recita:  I1  f rut to della  pace  è  appeso all'al- 
ber0 del silenzio n. 
I n  ogni caso, la  disputa, come attrito di  te- 
ste, è spesso di  reciproca utilità per  rettifica- 
r e  i  propr i   pensieri e  anche per  p r o d u r r e  
nuovi  punti  d i  vista.  Ma  i d u e  contendenti 
devono  essere pressoché  pari  f r a   loro per 
erudizione  e  intelligenza. Se  uno  è  privo 
della prima, allora non capisce tutto, non è au niveau. Se gli manca la seconda, allora il 
rancore che ne sorge lo istigherà a cose slea- 
li e ad astuzie, o alla villania. 
T r a  la disputa in colloquio privato sive familia- 
ri e la disputatio solemnis, pro gradu non v'è  al- 
cuna differenza essenziale. La  differenza è 
solo che in  quest'ultima  si richiede che il re- 
spondem  debba  sempre ottenere  ragione 
contro l'opponens e quindi che all'occorrenza 
chi presiede, il praeses, lo  soccorra; o anche 
che  in  essa  si  argomenta  in  modo  più 
ufficiale e si rivestono volentieri i propri ar- 
gomenti di una forma sillogistica rigorosa. 

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