giovedì 17 novembre 2011

LA SEDUZIONE DEI RITI



La SEDUZIONE dei RITI ha origini antichissime.
Esiste anche una simbologia energetica degli animali legata alla sessualità.

In epoche antiche, ogni cosa appartenente alla Madre Terra era considerata sua sacra espressione e manifestazione divina, pregna di carica magica e di potere arcaico e misterioso. 

Gli uomini primitivi percepivano tale potere e tale sacralità in ciò che li circondava, come anche in loro stessi, e vivevano in armonia con i cicli della Natura cercando di adattarsi ad essi come meglio potevano, ed osservando i fenomeni terrestri per poter apprendere, sperimentare e conquistare nuove conoscenze.

 Così facendo, essi accoglievano gli insegnamenti della Grande Madre e agivano in sintonia con Essa, mantenendo immutato il suo sottile Equilibrio e rispettandola in ogni sua forma.

 Una delle scoperte che più segnarono la vita dell’uomo, diversificandolo nettamente e definitivamente dagli altri animali, fu quella del fuoco. 

Probabilmente osservato cadere dal cielo sottoforma di fulmine, il fuoco divenne immediatamente una presenza dal potere spesso incontrollabile e dalle forti cariche simboliche; un essere divino e ambivalente, in grado di aiutare o mettere in pericolo, di trasformare e distruggere, di essere “buono” e “cattivo” (secondo la concezione umana), ovvero di comprendere il bene e il male insieme, e pertanto di rappresentare al meglio la Divinità, la Verità dell’esistenza ed uno dei principi di creazione dell’Universo. Esso era la luce che si opponeva al buio della notte, era il caldo che si opponeva al gelido inverno, era ciò che permetteva di cuocere i cibi che si opponeva a ciò che è crudo e “selvaggio”, era la cultura che si opponeva, seppur in modo armonico, alla Natura selvatica, e l’interagire equilibrato tra il Divino e l’umano. 

Nella sua duplice natura di fuoco visibile e manifesto e di fuoco nascosto e profondo, risiedeva in ogni cosa e di ogni cosa era l’Anima interiore, l’essenza invisibile, il soffio vitale, la fiamma o scintilla scaturita da un’immensa Fonte primigenia, una Sorgente Divina creatrice di tutto. Molti poteri misteriosi erano attribuiti al fuoco fin dai primi tempi del suo utilizzo. Esso era infatti legato alla rigenerazione e all’elevazione dell’Anima, alla purificazione e alla guarigione, alla fecondità e alla mediazione tra il mondo umano e quello divino, e dei rituali volti a questi scopi era il centro magico, la presenza costante e il mezzo per ottenere ciò a cui si anelava e per cui si operava. Coloro che erano in grado di accenderlo, come soprattutto i fabbri e i ceramisti, erano considerati signori e custodi del fuoco, uomini in possesso di conoscenze che andavano ben oltre quelle prettamente umane. Essi disponevano di un potere magico e misterioso in grado di trasformare le cose e la realtà stessa, sconosciuto al resto delle persone e perciò ritenuto esoterico, magico e iniziatico. 

Che si trattasse della creazione un fuoco visibile a tutti, come quello della forgia, o di un fuoco nascosto, come quello che ardeva all’interno dei forni (associati simbolicamente al ventre femminile), i modi di accensione erano ritenuti sacri e necessitavano di particolari rituali che garantissero la buona riuscita dell’operazione.

 Simbolicamente associato alla rigenerazione, il fuoco era usato dagli indoeuropei nei riti funerari di cremazione. Si credeva infatti che potesse liberare le anime dal corpo che le teneva prigioniere della materia, e che le elevasse verso le sfere celesti. Anche i romani, che credevano in un’essenza immortale e trascendente, usavano il fuoco per bruciare i corpi dei defunti. Credevano infatti che esso provocasse un’immediata separazione dell’Anima dal corpo, allontanando, in questo modo, anche il rischio che essa rimanesse imprigionata nel mondo dei vivi, cosa che, oltretutto, li spaventava. 

Dopo l’incinerazione, infatti, essa sarebbe ascesa liberamente e naturalmente nel mondo dei morti, salendo col fumo che si librava dalle alte fiamme verso il cielo e la dimora degli Dei. 

È interessante però constatare che il fuoco veniva utilizzato solo per bruciare e ridurre in cenere la carne dei defunti, considerata la causa dell’imprigionamento dello spirito, mentre le ossa venivano conservate intatte perché erano credute la parte più importante e sacra del corpo.

 In India il rituale vedico della cremazione era volto alla preparazione del defunto per l’accesso all’altromondo e colui che sacrificava il corpo sulle fiamme accompagnava spiritualmente l’Anima del morto durante il suo viaggio nell’oltretomba, morendo e rinascendo simbolicamente e portando con sé, al risveglio, il ricordo della visita ai mondi celesti, insieme a nuova forza e saggezza per i vivi. In questo ambito, il fuoco rappresentava dunque la rigenerazione, la trasformazione e la separazione dello spirito sottile dalla materia che in questo modo si elevava e si ricongiungeva con l’etere, raggiungendo poi la Fonte Divina primigenia che lo aveva partorito ancor prima della sua esistenza, in forma incarnata, sulla Terra. Come portatore di trasformazione, pertanto, il fuoco era probabilmente usato nei riti di iniziazione che prevedevano una morte simbolica e un passaggio da uno stadio ad un altro, e forse da un’esistenza puramente umana ad una più vicina e ricongiunta al Divino.

 A questo scopo possono forse essere attribuiti i riti che le Sacerdotesse di Diana persica svolgevano camminando sui carboni ardenti, così come quelli dei fanciulli passati sulle fiamme.

 Dalla caratteristica del fuoco di disgregare la materia, distruggendola e riducendola in cenere, nasce la sua proprietà magica purificatoria. Erano rituali di purificazione, infatti, quelli che si proponevano, con l’aiuto del fuoco, di eliminare la materia profana per lasciare solamente ciò che è puro e pulito, e quindi sacro e più vicino al Divino, ovvero quelli volti ad allontanare carestie, epidemie, malattie del bestiame, spiriti, demoni e streghe.

 Sono conosciuti a questo proposito riti antichi, svolti in determinati periodi dell’anno (le feste del fuoco) e tramandati poi anche in epoca cristiana, in cui si facevano passare tra le fiamme, oppure tra due grandi falò (bonfires), bestiame e persone, si danzava sulle braci estinte in seguito allo spegnimento del fuoco e si incenerivano, a scopo propiziatorio per l’anno venturo, fantocci come la “Vecchia” o il Carnevale, che rappresentavano l’anno vecchio, ma che al contempo diventavano capri espiatori di tutti i mali e di tutte le malattie e le negatività manifestatesi nel periodo trascorso. Allo stesso modo, in epoca cristiana, si eliminavano eretici e streghe, da un lato per punirli dei loro “peccati” inauditi, dall’altra per purificarli e privare il popolo di simili “esseri spregevoli e blasfemi”, anche se, come ben si sa, la realtà era molto diversa. 

È quindi evidente la simbologia del fuoco non solo legata alla rigenerazione dell’Anima, ma alla stessa purificazione, intesa sia a livello materiale che spirituale. Esso protegge ed elimina ciò che è negativo, malato, vecchio o putrido; libera dai pericoli, bruciando ciò che è nocivo, e dall’ignoranza, illuminando ciò che non è alla portata di tutti, soprattutto della semplice vista umana. 

Dona luce e allontana l’illusione, rendendo visibile ciò che è nascosto e apparentemente inaccessibile; mostra lo splendore, la forza spirituale e il potere della Conoscenza, per questo gli Illuminati sono spesso raffigurati circondati di fiamme e luce. Il fuoco è la saggezza che arde e annienta l’errore, ed è la luce danzante che allontana le ombre dell’inconsapevolezza. In ambito domestico il fuoco, che ardeva nel focolare al centro dell’abitazione, simboleggiava la famiglia e la sua continuità e sicurezza. 

Doveva sempre restare acceso e curato, perché non si spegnesse mai, dato che un fuoco spento era presagio di morte e portava molta sfortuna. 

Non a caso, quando un famigliare veniva a mancare, si usava spegnere la fiammella di una candela. 

 Tale fuoco era però spento una volta all’anno -per far sì che tutto ciò che aveva accumulato durante il tempo passato si spegnesse insieme alle sue fiamme- e poi riacceso ritualmente, di modo che riacquistasse nuova purezza. Il focolare non era solamente un punto centrale e sacro della casa, ma era anche considerato la dimora stessa della Divinità

. In ambito greco/romano Hestia/Vesta era la divinità del fuoco e il fuoco stesso. 

A lei venivano fatte le richieste, con lei si comunicava per mezzo del focolare e lei veniva pregata affinché intercedesse presso gli Dèi del cielo e preservasse la fortuna e il benessere della famiglia, oltre che la sua continuità e prosperità. In questo modo il fuoco diventava mediatore tra la sfera terrestre, quella infera e quella celeste. Le sue fiamme, che si protendono verso l’alto, e il fumo, che spinto dal calore sale in cielo, rappresentavano l’axis mundi, l’asse del mondo che unisce il sopra con il sotto e viceversa. Se le preghiere e le richieste venivano comunicate attraverso le fiamme, infatti, anche i doni e le parole del Divino sarebbero, allo stesso modo, discesi a terra seguendo la linea formata dal filo di fumo, e percepiti nell’allegro crepitio. 

Il fuoco era pertanto il ponte che univa i mondi, quello materiale e manifesto a quello spirituale e invisibile, e lo psicopompo delle Anime dei defunti, che cercavano la Via per accedere all’aldilà. L’accensione del fuoco per mezzo dello sfregamento rotatorio di un legnetto su un legno morbido, richiamava il coito e ricollegava il fuoco ad un altro dei suoi simboli, ovvero la sessualità.

 Il legno duro e quello più morbido rappresentavano gli organi di riproduzione maschile e femminile, e la scintilla che scaturiva dallo sfregamento dei due era associata al bambino che nasceva nel grembo della madre. Inteso in questo senso il fuoco è simbolo di amore, passione e desiderio che infiamma e divora; ma soprattutto di fertilità e nuova vita, come il riflesso del Sole che scalda la Terra, permettendo la rinascita vegetale a Primavera. 

 Ha il potere di accrescere l’energia generativa e, se acceso sui campi a fine raccolto, fertilizza il terreno per le semine venture. 

 La sua simbologia si dimostra ambivalente: esso è maschio, perché è il calore vitale e seme maschile, ma allo stesso tempo è femmina, perché è associato alla vulva, al “centro genitale del focolare matriarcale”*. Non a caso era la donna stessa a custodire il fuoco e, secondo certi miti e leggende, a nasconderlo e contenerlo nelle sue dolci intimità femminili, prima ancora che gli uomini potessero conoscerlo e farne uso. Sempre alle donne era riservata la cura amorevole e il mantenimento del fuoco sacro nel tempio di Vesta, a Roma (ma anche di Brigid in area celtica, e probabilmente di altre divinità protettrici del focolare e della femminilità in altri luoghi, come la Gabija baltica che era chiamata “la Dea dal cuore di fuoco”, oppure “madre di fuoco”). 

La forma circolare di questi templi femminili, con il loro Centro tiepido e purissimo (in cui l’accesso era possibile soltanto alle Vergini), richiamavano la forma del Grembo della Grande Madre e delle sue sacerdotesse, che si mantenevano simili ad Essa e che, per questo, erano sacre e portatrici di sacralità (“sacerdotessa”= “datrice di sacro”, sorgente di sacralità, donatrice di sacro).

 Queste magiche Donne dovevano custodire il divino focolare con attenzione per far sì che ardesse perennemente, senza mai spegnersi, e che potesse così propiziare benessere, armonia, fortuna e prosperità a tutto il popolo. Lo spegnimento accidentale del fuoco era presagio di gravi sventure, come addirittura la fine di un’intera civiltà, e soltanto una volta all’anno esso poteva venire spento a scopo purificatorio, per poi essere nuovamente acceso mediante il solo sfregamento rotatorio dei legnetti, di modo che nulla di impuro e contaminato potesse intaccarlo. 

Per questo soltanto le sacerdotesse e gli iniziati dovevano compiere questa sacra e magica operazione. Le loro mani pure non avrebbero permesso la nascita di un fuoco sporco.

 Queste mansioni riservate alle Vergini iniziate ai Misteri della Dea, potrebbero essere intimamente collegate a riti e tradizioni femminili ancora più antichi e quasi completamente sconosciuti, incentrati sull’accensione, sulla custodia e sulla protezione di un Fuoco Magico misterioso contenuto nel ventre e nelle intimità muliebri, e portatore di Amore, Fortuna ed Armonia. Un Fuoco Magico fonte di profonde trasmutazioni, che forse era percepito dalle Donne che erano riuscite ad accenderlo in loro stesse, mediante pratiche misteriche segrete, come un calore morbido e diffuso che donava una sensazione languida e dolcissima, amorevole e lievemente erotica, e che poteva apparire simile ad una tiepida, profonda e continua carezza, ispiratrice di dolce Amore e sublime Armonia.

 Le stesse bellissime sensazioni sembra che potesse darle un simile Fuoco Magico, che secondo alcuni scritti alchemici femminili doveva essere acceso con molta cura e attenzione nel centro di un Calderone di rame di Cipro (il metallo sacro a Venere e quindi adatto alle opere d’Amore), contenente una misteriosa Materia prima. Per mezzo di tale Fuoco segreto, questa Materia grezza si sarebbe lentamente trasmutata in una Sostanza sacra e purissima, in grado di compiere magie e prodigi divini, quali la Guarigione dalle malattie, una Gioia perenne e la Conoscenza dei mondi sottili abitati dalle Entità fatate. Sempre alla Conoscenza profonda è legato il magico Fuoco che, nella fiaba baltica “Vassilissa”, la fanciulla protagonista cerca e riesce ad ottenere dalla terribile strega Baba Jaga, al termine di un certo periodo passato nella sua strana casa in mezzo al bosco. 

Qui, Vassilissa deve adempiere a compiti particolarissimi e senza dubbio impossibili da terminare, se non fosse aiutata dalla sua bambola che fa gran parte del lavoro per lei e che potrebbe essere interpretata (seguendo gli studi dell’analista junghiana Clarissa Pinkola Estès) come l’istinto profondo e la Voce interiore. Il fuoco che la fanciulla riesce ad avere, alla fine di quello che sembra in tutto e per tutto un cammino iniziatico, è quindi una ricompensa per aver compiuto ciò che la Baba Jaga le ha ordinato di fare, ed arde in un teschio infilato all’estremità di un bastone, fuoriuscendo in modo inquietante e spaventoso dagli occhi e dalla bocca. 

 Questo fuoco, che illumina la via di ritorno di Vassilissa, potrebbe simboleggiare la vista acuta e il “parlare profondo”, ovvero la saggezza che si acquista con l’iniziazione a Misteri segreti e che permette di Conoscere, sapere, “odorare, gustare con i sensi ardenti”**. Ora, la giovane cammina preceduta dal bastone col teschio fiammeggiante; cammina preceduta dalla luce della sua Conoscenza e a questa luce ciò che è celato è chiaramente visibile, ciò che è nascosto è manifesto, ciò che è illusione è bruciato all’istante e ciò che è vero e reale è subito rivelato.

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