sabato 12 maggio 2012

Il segreto della vita e della morte




Il segreto della vita e della morte è legato al concetto di ciclicità che porta in se il seme della rinascita.

L'arrivo della Primavera è legato sin dagli albori dell'uomo all'idea di rinascita. 

L'equi-nozio (ovvero giorno uguale alla notte) è il momento in cui il sole finalmente supera la soglia notturna e le giornate cominciano ad essere sempre più lunghe delle notti. In questo senso si può dire che la Vita supera la Morte, ovvero la vince: e chi rinasce dalla morte può essere solo divino.

Nei millenni le divinità che si sono distinte per essere morte e rinate in Primavera sono innumerevoli: Attis, Horus, Gesù, Mithra, Jarylo, Marduk, Dioniso.

Per poter sperimentare la morte mentre siamo ancora vivi, dobbiamo abbandonare ogni sotterfugio mentale, ovvero tutto ciò che ci impedisce un'esperienza diretta.. siamo plasmati dal passato, dalle abitudini, dalla tradizione, dagli schemi di vita; siamo invidia, gioia, angoscia, zelo, godimento, ognuno di noi è questo, ovvero il processo di continuità.. ..ognuno è attaccato alle proprie opinioni, al proprio modo di pensare, ed ha paura che senza i suoi attaccamenti non sarebbe nulla, allora si identifica con la casa, la famiglia, il lavoro, gli ideali... ma quanti sono quelli capaci di porre fine a tale attaccamento e realizzare il distacco?



Perché in tutte le cose c'è un inizio e una fine? E soprattutto perché la fine ha sempre una strana somiglianza con l'inizio?
E' come se la natura si preoccupasse di voler terminare ogni volta un ciclo, in cui però la fine non è esattamente identica all'inizio. E' come se la coincidenza approssimata, relativa, dell'inizio con la fine, volesse indicare che con quell'inizio si è appunto concluso "un" ciclo, al punto che non potrà più essercene un altro nelle stesse identiche condizioni.



 E' necessario comprendere i processi del pensiero e la comprensione del pensiero è la cessazione del tempo.. il pensiero, tramite un processo psicologico, crea il tempo, e il tempo poi controlla e configura il nostro pensiero.. ..il senso di continuità è stato edificato dalla mente, quella mente che guida se stessa per mezzo di precisi schemi e che ha il potere di creare ogni sorta di illusione, lasciarsi intrappolare mi sembra una scelta tanto inutile quanto priva di maturità..non sappiamo neppure cos'è vivere, come potremo mai sapere cos'è la morte? Vivere e morire potrebbero essere la stessa cosa, e il fatto che le abbiamo separate potrebbe essere fonte di grande sofferenza.. abbiamo separato la morte trattandola come un evento che accadrà alla fine della vita, tuttavia è sempre presente.


Quando Giovanni, nell'Apocalisse 22,13, fa dire al suo Cristo: "Il sono il Primo e l'Ultimo, l'Alfa e l'Omega, l'Inizio e la Fine, l'Origine e il Punto d'arrivo", doveva in qualche modo aver capito che in natura esiste una sorta di "finalismo", di "ricapitolazione intelligente delle cose". Non era, la sua, l'esagerazione di un visionario, la boutade di un mistico. Questo processo, infatti, lo si riscontra nella vita in generale, nell'esistenza delle cose, nel corso dei processi storici.


La cosa su cui bisognerebbe riflettere è piuttosto un'altra, e cioè perché il mondo animale non ha consapevolezza di questo finalismo? Se il processo è così importante, così universale, perché solo l'essere umano lo percepisce chiaramente o comunque è in grado di intuirlo?



Gli animali sanno istintivamente ciò che l'uomo deve apprendere con l'educazione, e cioè che nel mondo tutto è interconnesso, tutto è interdipendente.
Se l'essere umano non riesce a capire questa legge, la sua fine sarà inevitabile, poiché questa è una legge di natura, cui non ci si può sottrarre. Si può soltanto viverla in maniera istintiva, come il mondo animale, oppure in maniera consapevole.





La morte ha qualcosa di paradossale: pur essendo uno dei momenti più significativi nella vita di una persona, perché la conclude e perché intorno ad essa il pensiero ha elaborato riflessioni e rappresentazioni a non finire, non è traducibile in alcuna esperienza.
Ai fini di un'esperienza di vita è, in tal senso, molto più importante il dolore, anche perché di questo noi possiamo conservare un ricordo, che poi può servirci per sopportare meglio il dolore la volta successiva.



Osho definisce il Bardo Thodol, il rito di passaggio tra la vita e la morte, conosciuto in occidente anche come “Il libro Tibetano dei morti”, il piu’ grande contributo che il Buddismo Tibetano ha dato al mondo.

Bardo può essere tradotto “il posto che sta in mezzo” o “stato intermedio”. Il Bardo è il passaggio. Nel bardo non sono più vivo ma non sono ancora morto .
 Il termine bardo è usato per descrivere i passaggi fondamentali attraverso i veri livelli di esperienza che costituiscono il processo di acquisizione di un corpo fisico e reincarnazione. Ci sono molti livelli di comprensione del concetto di bardo. Gli insegnamenti del bardo riguardano la continuità e la natura persistente della mente e dell’esperienza. Queste istruzioni si riferiscono direttamente alla vita come alla morte. Se riusciamo a riconoscere ciò che accade proprio adesso mentre siamo vivi, potremo guardare avanti con sicurezza ed affrontare nel modo giusto il territorio neutro del bardo.

Le nostre azioni, intenzioni, pensieri, desideri e decisioni del presente plasmano e ridefiniscono istante per istante i contorni del nostro futuro in svolgimento. Siamo co-creatori della realtà che sperimentiamo.   Ritroviamo questo concetto anche tra i sufi persiani del XII secolo: essi attribuivano molta importanza alla visualizzazione del pensiero, in grado di alterare e riplasmare il nostro destino.

La moderna teoria dell'universo olografico di Bohm ci sostiene ulteriormente ricordandoci che la psiche partecipa alla realtà fisica, nella quale si esprime sotto forma di sincronica sintropicità, usando la terminologia dello stesso studioso. Il bardo, il passaggio, genere le basi per questa consapevole prosecuzione, attraverso molte vite.








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