domenica 22 luglio 2012

La verità dietro alle parole


Dietro alle parole che usiamo è nascosta una verità, la nostra personale mappa o rappresentazione del mondo.
Ciascuno di noi ricostruisce la realtà a modo suo, deformandola senza rendersene esattamente conto. Questo fenomeno(come spiegato nel Corso di PNL) è percepibile attraverso il
linguaggio utilizzato da noi stessi e si manifesta con omissioni di parole che rendono
incomplete le frasi, espressioni generalizzanti, distorsioni tramite processi alle
intenzioni o tramite presupposti diversi. In effetti, il nostro linguaggio riflette il
modello che scegliamo per tradurre le nostre rappresentazioni.
Possiamo dire che, in quanto modello di espressione del nostro modello del mondo,
esso è un metamodello. Strettamente legato le nostre componenti culturali e alla
nostra storia personale, agisce come uno specchio deformante e influenza le nostre
percezioni delle situazioni.
Se, per esempio, ci si dice: «Devo assolutamente riordinare la mia camera
domenica», si faranno scattare alcune reazioni più o meno gradevoli ed efficaci.
Altri esempi: «Devo assolutamente ottenere quella determinata cosa». «Devo assolutamente sapere fino a dove possiamo arrivare».
Già sostituendo “devo” con “ho bisogno” si inducono dei comportamenti diversi perché si passa dall’obbligo alla necessità.
Infatti, aldilà del livello di espressioni come “devo”, “ho bisogno” nella parte più profonda di noi stessi risiede una verità legata alla rappresentazione che si ha di questa situazione, cioè la nostra realtà nascosta dietro le parole.
Il primo livello linguistico rimanda alla struttura superficiale dei linguaggi: per esempio dei quadri aziendali intervistati hanno dichiarato: «Da sempre... ogni anno è la stessa cosa... la direzione fissa degli obiettivi impossibili...».
Dietro queste parole che cosa c’è in realtà?
Quali sono i fatti e quale rappresentazione questi quadri hanno della loro situazione
professionale attuale e futura?
In questo esempio per accedere a questa struttura profonda, si devono porre le seguenti domande:
— da quando?
— chi della direzione?
— in che cosa questi obiettivi sono impossibili?
— quali obiettivi avete quest’anno?
— da chi e come sono stati fissati?
La struttura profonda del linguaggio rappresenta completamente e fedelmente l’esperienza che vuole tradurre.
Il grande vantaggio che si trae nell’usare queste domande (di metamodello) è chiarire
i punti oscuri, nel far precisare le generalizzazioni, nel completare le omissioni per
ottenere l’informazione necessaria alla realizzazione di una comunicazione efficace.
Ci si servirà del metamodello dell’interlocutore, prima individuando le diverse
espressioni, poi ponendogli delle domande precise per fare nuovamente insieme il
punto della situazione e se è il caso, proseguire nelle domande fino ad ottenere la
comunicazione più completa possibile.
Le omissioni più frequenti riguardano le soppressioni semplici. Molto spesso in questo caso, la causa, l’oggetto sono assenti. Citiamo inoltre: «ho paura, sono furioso, ho vinto, la ringrazio, mi dispiace per lei...».
L’omissione dell’indice di riferimento
Non specifichiamo a che cosa facciamo riferimento. Per esempio: «Non mi ascoltano...”
Chi non l’ascolta?
«Ciò non ha importanza...» Che cosa non ha importanza e per chi?
Oppure ancora: «Non si può sapere»... Chi non può sapere che cosa?
La soppressione dell’elemento di paragone
Il compratore dichiara al venditore: «Il vostro prodotto è troppo caro!». Il venditore
gli risponde:
«Troppo caro rispetto a che cosa?».
Altri esempi: «Questa soluzione è la migliore»...
La migliore rispetto a quali altre? A che cosa?
La soppressione del verbo specifico
In questo caso, i verbi mancano di precisione. Essi possono prestarsi a delle interpretazioni perché l’azione messa in gioco non compare. Un chiaro esempio di questo tipo di vaghezza è: «Mi stupisce!»
In che cosa la stupisco e come esattamente?
Altri esempi: «Mi sono fatto imbrogliare». «La cosa non migliora»; «Ci lavorerò sopra».
Si otterrà la giusta informazione domandando “come precisamente” oppure “perché”, che può essere percepito come un’intervista.
I quantificatori universali: tutti..., sempre...
Riprendere le parole sotto forma di domanda è un modo di fare eco per aiutare il
nostro interlocutore ad ascoltarsi e verificare la qualità dell’informazione.
Potete anche utilizzare: «chi? di chi parla? quando? dove?”.
Oppure ancora: «C’è almeno una persona con cui è stato diverso?». «Le è successo
almeno una volta che le cose si siano svolte diversamente?» Ciò al fine di estrarre dei
casi particolari e di indebolire la generalizzazione.
Accettare la risposta del nostro interlocutore, senza confrontarla, poi riformularla.

1 commento:

  1. Sono d’accordo! Bell’articolo, mi piace il tuo blog! :)

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