giovedì 20 giugno 2013

Comunicazione Dinamica Non verbale



La Comunicazione Dinamica Non verbale permette di acquisire potenziale di seduzione.
Avete mai riflettuto su cosa determina in voi un certo sentimento di simpatia piuttosto che di antipatia? A volte, una persona ci risulta simpatica a pelle.
Senza conoscerla scatta dentro di noi un sentimento positivo che, ci rende disponibili all’ascolto e a proseguire così l’interazione. Perché?
La risposta "sta" nell'emozione. L’emozione è parte integrante del processo di socializzazione.
Ognuno di noi preferisce relazionarsi con chi trova più simile a se stesso, con chi non giudica, con chi dimostra una mente aperta.
Sono impressioni che ci creiamo a livello emotivo e percettivo e spesso, non ne siamo nemmeno consapevoli. Ma sono così forti che andranno a influenzare il corso dell’interazione successiva.
La influenzano perché sulla base di queste percezioni ci formiamo delle credenze molto forti, che saranno difficili poi da modificare.L’abilità principale dell’operatore analogico è quella di saper
creare le corrette, ed opportune, tensioni emotive.
Se non sappiamo emozionare la gente, abbiamo fallito in partenza.
Siccome abbiamo la consapevolezza di operare all’interno di un campo, quello delle emozioni, estremamente delicato, dobbiamo prestare la massima attenzione a non generare delle tensioni eccessive, all’interno del sistema mentale del soggetto, al fine di  non interrompere il rapporto comunicativo che si è instaurato.
Il simbolo stimolatore gratificante serve proprio a questo scopo:
ridurre una tensione eccessiva.
A tal proposito, Leyens (1985 - studioso e ricercatore sulla comunicazione non verbale) sostiene che quando ci siamo formati una prima impressione su una data persona, tendiamo ad andare alla ricerca di elementi che la confermano, piuttosto che la smentiscano.
Diamo vita ad una profezia che si autoavvera, cioè una supposizione che, per il solo fatto di essere stata formulata, fa realizzare l’avvenimento presunto o aspettato, confermando così la sua veridicità.
Possiamo, quindi, sfruttare a nostro vantaggio l’effetto della prima impressione, solo però se fin da subito proponiamo un’immagine in grado di affascinare e catturare l’interlocutore.
Ma a questo punto sorge spontanea la domanda: su cosa si basa la prima impressione?
Un gruppo di ricercatori del settore (Le Bon, Tarde, Ekman e Al.) hanno dimostrato che la prima impressione si forma da elementi non verbali prevalentemente visivi.
Li hanno divisi in due categorie, la comunicazione non verbale statica e la comunicazione non verbale dinamica. 
1. Comunicazione non verbale statica: fattori strettamente legati al nostro apparire estetico.
L’aspetto statico è il più controllabile da ciascuno di noi, perché lo possiamo calibrare in modo consapevole secondo gli specifici obiettivi,
adattandolo al contesto di interazione specifico e alle persone che vi sono coinvolte.
Ma attenzione! Ricordiamo che spesso il terreno frana in dirittura di arrivo!
A volte capita che non sortiamo negli altri l’effetto da noi sperato. Va così a cadere il nostro controllo, perché l’immagine che pensiamo di dare, in realtà non è quella che viene percepita.
Siamo così visti in modo completamente diverso da quelle che erano le nostre intenzioni iniziali. Diventa fondamentale il feedback che ci proviene dagli altri, ossia la capacità di osservare noi stessi attraverso il filtro degli occhi altrui.
Nella cura del look stiamo attenti a non mostrare un rigore eccessivo, perché può irrigidire e suscitare diffidenza. L’altro non si sente a suo agio se, noi non gli comunichiamo cordialità attraverso il nostro abbigliamento.
Personalmente quando entro in un’aula di formazione nuova curo il mio aspetto in modo tale che non sia troppo rigoroso, ma che rifletta la mia personalità aperta. Tendo ad evitare abiti classici perché m’irrigidiscono.
Un bravo comunicatore deve essere sciolto nei movimenti e per ottenere questo deve sentirsi a proprio agio con gli abiti che indossa.
Avete mai fatto caso come si nota subito una persona che non è abituata ad indossare la giacca? Il busto è rigido e le braccia tendono a cadere lungo il corpo in posizione innaturale.
Al contrario, piccoli contrasti sono in grado di suscitare attenzione e fascino, senza cadere però nell’eccesso della moda vistosa!
2. Comunicazione non verbale dinamica: sguardo, gestione dello spazio
prossemico, postura, gestualità, mimica del volto, aspetti paralinguistici della voce (timbro, volume, tono) simbolismi comunicazionali.
Ad esempio:
· Mettere in soggezione
Spostiamo l’asse del nostro sguardo di qualche millimetro verso l’interno o l’esterno delle pupille dell'altro. Sottoposto a questo sguardo l’interlocutore non riesce a capire dove noi stiamo guardando. Sarà così costretto a inseguire i nostri occhi per capire cosa guardare, sperimentando così una forte sensazione di soggezione psicologica.
· Dominare/Sfidare con lo sguardo
Guardare senza tregua l’interlocutore negli occhi. Così facendo lo immobilizziamo, avendo su di lui un totale controllo.
I simbolismi sono innanzitutto atti di comunicazione non verbale; si esprimono con gesti e toccamenti.
Tutti possediamo i tre simbolismi, nel nostro sistema mentale, ma ognuno di noi ne utilizzerà prevalentemente uno, nel comportamento, vale a dire il proprio simbolo alimentatore 
Ognuno di noi, in base alla sua tipologia caratteriale, è prevalentemente asta, cerchio oppure triangolo.
Inevitabilmente, le nostre modalità di comportamento, e relazionali, con  il mondo esterno, saranno sempre caratterizzate da questa nostra attitudine caratteriale e simbolica.
Questa raffigurazione simbolica non è altro che l’aspetto della triade, asta-cerchio-triangolo, che rappresenta la tipologia conflittuale dell’individuo.
La persona conflittuale padre stimolata a cerchio, il nostro esempio base è un individuo asta, e tale figura rappresenta proprio l’alimentatore: ciò che egli è. Alimenta la sua conflittualità genitoriale.
Getta benzina sul fuoco dei disagi della persona.
L’asta, infatti, rappresenta il padre.
La persona conflittuale padre manifesta un carattere
impositivo.
È poco portato alle sfumature, preferendo distinguere il mondo in buoni e cattivi. Così come preferisce distinguere nettamente in nero dal bianco, il bene dal male.
Non è portato alla speculazione dialettica, alla ricerca del particolare.
Per il genitoriale, o si è dentro o si è fuori.
Costui ama entrare in diretto contatto con le cose, le situazioni, le persone che gli interessano, mentre la tipologia ego, ad esempio,
ama gli intermediari.
Un genitoriale, ove voglia acquistare una casa, cercherà di entrare in rapporto diretto con il proprietario.

· Creare un clima emotivo positivo
Intervallare il contatto oculare, effettuare una continua fluttuazione che permetta un clima disteso e armonico.
Per quanto riguarda la mimica facciale mi soffermo sul sorriso.
Vero che il sorriso abbassa le difese, ma va saputo dosare e calibrare. Bisogna scegliere il momento adatto.
È bene che esso non sia rigido e non sia esagerato. Altrimenti, invece di creare
vicinanza, crea resistenza e rifiuto.Durante questa fase l'operatore si avvale di due verifiche:
• Verifiche analogiche
Sono espresse dagli atti analogici di scarico tensionale, dalle verifiche subliminali,dai messaggi iconici che l'interlocutore esprime.
• Verifiche logiche
Sono espresse dall'interlocutore in funzione della scelta comportamentale, che può
essere di tipo competitivo (verifica negativa) o complementare (verifica positiva) nei confronti di affermazioni o giudizi che l'operatore avrà espresso nei confronti dei simboli alimentatori.
Tale verifica ha una duplice finalità:
- verifica comparativa
valuta il grado di potenziale ipnotico riconosciuto dal simbolo egemone
all'operatore.
• verifica sostitutiva
l'operatore ponendosi lui stesso in contrapposizione con il simbolo alimentatore, potrà se avrà provveduto lui stesso alle necessità di alimentazione già soddisfatte dal simbolo alimentatore, prendergli il posto, relegando il vecchio simbolo alimentatore a simbolo stimolante ed acquisendo un potenziale elevatissimo.
E' buona regola manifestare un sorriso solo dopo aver creato una prima alleanza con i nostri interlocutori, per suggellare questo primo accordo creatosi grazie ai segnali fin qui descritti.
Ciò che aiuta a raggiungere i nostri obiettivi è la coerenza tra il nostro uso
del linguaggio e come utilizziamo il corpo, mentre lo accompagniamo.
Serve consapevolezza per imparare a riconoscere i segnali che ci lanciano i nostri interlocutori come risposta al nostro comportamento verbale e non verbale.

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